Paradosso - Epilogo di un Sogno di una notte di Mezza Estate

Il mio racconto, la mia storia, finisce qui, con il mio 23esimo compleanno che oggi festeggio sia in famiglia che offrendo un qualcosa di modesto ai miei amici. È il terzo compleanno in cui, soffiando sulle due candeline a forma di numero sopra la torta di compleanno, penso ad una sola parola, ad un solo nome: Manuela. Non un pensiero complesso, un vero e proprio desiderio, ma una sensazione bassa, istintiva, semplice e potente come ogni istinto.

Perché, in questo avvenimento che mai è accaduto, tutto è stato basato sull’istinto, mio e suo, di trovare nell’altro qualcosa di inspiegabilmente e irresistibilmente  interessante; l’istinto, forse solo mio, di aver trovato una donna da amare completamente. Come ho anche detto a lei, in vita mia ho amato solo due persone, ma il primo di questi amori era molto platonico, molto idealizzato.

Questo invece non lo era (è): sono sempre stato ben consapevole di tutti i suoi pregi quanto dei suoi difetti, e sono sempre stato attratto da lei non come da una donna angelo di dantesca memoria, ma come una donna vera, viva, capace di essere appassionata, travolgente, irremovibile ma anche fragile e dolce e, a volte bisognosa. Con lei volevo uscire, volevo divertirmi a dire sciocchezze, visitare mostre degli illustratori che ama, guardare cinema impegnato e poi meno serio. Di sicuro con lei avrei rivisto V per Vendetta.

"Dio è nella pioggia". Lei è stata l’unica nel mondo ad aver riconosciuto questa citazione mentre la dicevo e mi ha lasciato davvero molto, molto sorpreso quando lei, con semplicità, mi rispose “V”. Ne rimasi stupefatto.

Tutto di lei è particolare, una dolce e dolorosa contraddizione che da tre anni a questa parte non riesco a farmi passare dalla testa insieme a tutti gli eventi che vi ho narrato più quelli che non vi ho mai nemmeno accennato. Ma più di tutto, più di ogni altra cosa nell’universo, io avrei voluto vederla di fronte a me, coi capelli rosso fuoco brillare nel sole, gli occhi grandi e verdi fissare i miei, le labbra incresparsi leggermente in un sorriso imbarazzato mentre lei emette una flebile risatina (perché lei ride quando è nervosa) magari mentre io osservo gli intricati disegni sulla sua pelle e le efelidi diffuse sotto al suo collo.

Ma ciò non è accaduto, e forse non accadrà mai, anche perché, chissà, questa forse è tutta finzione. Di certo lo è per voi! Chi vi assicura che io non mi sia inventato tutto di sana pianta? Nulla lo assicura persino a me stesso! Chi mi assicura che non sia uscito completamente fuori di testa e la figura di Manuela non sia solo un’invenzione coadiuvata da un incontro accidentale del profilo di questa ragazza su internet?

Nessuna altro l’ha mai sentita parlare, il libro è a Roma, chi mi assicura che qualcuno sia andato effettivamente a prenderlo? È questo il dilemma che più mi affligge ormai… cosa mi è davvero successo? Ho davvero perso tre anni della mia vita inseguendo un’ombra? Un fantasma dai capelli di fuoco? Che sia stato solo un sogno malvagio partorito in una noiosa notte di estate?

Io non lo so, probabilmente nessuno lo sa, nemmeno lei… io so solo che, nonostante tutto, nonostante i problemi e il tempo trascorso inesorabilmente, il mio più grande desiderio rimane quello di incontrarla, averla per me, baciarla, fare l’amore con lei, viaggiare, stancarmi, litigare e poi fare la pace. Non ho mai pensato che sarebbe stato facile, che tra noi avrebbe tutto funzionato alla meraviglia come per miracolo, ma sapevo, o credevo di sapere, che per lei valeva la pena tentare, essere migliore e affrontare la nuova vita perché lei era lì per me, incostante e lunatica ma sincera, vivace, pensosa e bella… bellissima.

Con questo si chiude la mia storia, con una conclusione che non è una conclusione per una storia che non è una storia, in cui il protagonista sono io, no, è lei, no, siamo noi… no, non è nessuno perché non c’è una storia. O forse la storia continuerà, forse ci sentiremo ancora, forse nutrirò ancora speranze che verranno infrante o forse stavolta qualcosa cambierà, sempre che tutto questo sia reale, ovviamente…

"Che rumore fa un albero che cade in un bosco quando nessuno è lì per sentirlo?"… forse quello di un cuore spezzato, come suggeritomi in questi ultimi giorni, ma forse è come quel rumore forte che ti fa svegliare mentre stai facendo un bel sogno. Nel momento in cui apri gli occhi, tutto quello che ti circonda è così offuscato e irreale che, per pochi secondi, il sogno ti sembra più reale della realtà stessa, al punto che, alla fin fine, non sai più cosa sia realmente la realtà. Sai solo che vorresti tornare in quel posto placido, caldo e assolato, e perderti ancora una volta in quella sensazione di pace. A quel punto sogno o realtà, sanità o pazzia sono concetti irrilevanti, quello che vorresti veramente è solo trovare la pace in quel sogno fatto di luoghi lontani, capelli rossi e nuove emozioni.

Paradosso, ovvero Storia di un evento mai accaduto - 17

Erano le ultime battute di quella storia, lo sapevo fin troppo bene, eppure lei, in quei giorni successivi al mio ritorno a casa e alla ricezione del suo regalo sembrava entusiasta e sorpresa come non mai, e questo la spinse, forse, a contattarmi per un paio di giorni dopo l’accaduto, ma io non potevo più vivere nel dubbio: o lei accettava di porre fine all’assurdità di quella situazione, incontrandoci per poi decidere cosa fare, oppure basta, tutto si chiudeva lì.

Ormai saprete meglio di me quanto dolorosa possa essere stata quella scelta per me, ma non ne potevo più, non avevo più le forze di continuare, le avevo terminate tutte con un viaggio a vuoto, stroncate contro l’alto muro di due patetici concerti. Girai, la sera stessa di quell’ulteriore contatto, il video… un video lungo un quarto d’ora in cui le ribadivo che per lei avevo e avrei fatto i salti mortali ma dove dicevo, anche, che non poteva andare avanti così.

Non facevo quel video con un intento teatrale, ma solo perché ero stufo di parlare e basta, di scriverle e basta. Volevo farmi vedere, farmi vedere bene… e per un insicuro come me era davvero tanto, soprattutto dopo la batosta appena presa… cavolo, scaricato per due concerti… non la digerisco ancora oggi.

Le dissi nel videomessaggio che tutto quello che stavo facendo era per rendermi  il più tangibile possibile, perché io la volevo, perché la amavo e non capivo (e non capisco) ancora perché. Ma le dissi anche che se lei non provava nemmeno un briciolo di sentimento nei miei confronti, se non era intenzionata a fare i sacrifici necessari come io avevo intenzione di fare, era meglio fermare lo stillicidio e smetterla di parlarci da allora in avanti.

Caricai il video e, nonostante alcune difficoltà tecniche, lei riuscì a vederlo. E cadde il silenzio.

Attesi giorni e giorni finché, il giorno del mio 22esimo compleanno, mi rassegnai. Le dedicai un disegno, una color di Peter e MJ, come commiato silenzioso, e tutto, pensai in quel momento, si chiuse lì.

Le mie forze presero ad esaurirsi rapidamente, ma alcuni cambiamenti erano ancora in atto e non potevo più fermarli: ebbi quel lavoro da giornalista nel novello quotidiano online dell’amico di mio padre, passai un altro esame, la mia vita sociale era attiva ma… c’era sempre qualcosa di storto, e ben presto anche quelle conquiste cominciarono a rovinarsi, mostrando il loro lato peggiore.

Senza lei, gli incontri con i 3 ex-amici erano tornati ad essere un tormento, e quindi cominciai ad uscire meno spesso; il mio capo è un ipocrita despotico, che ama leccare culi ma che vuole le cose fatte solo come la sua mente di 70enne vuole. La redazione e i colleghi di cui mi ero molto affezionato sono spariti in breve tempo, lasciandomi tristemente solo con il mio sogno di fare il giornalista. Fui bocciato ad un altro esame.

La pietra più grossa arrivò il 26 dicembre: le mandai nuovamente gli auguri di compleanno e lei mi rispose con “Chi sei?”. Disse che il suo cellulare si era rotto e che aveva dovuto cambiarlo, ma io non le volevo più rispondere. Alle sue insistenze alla fine cedetti e le risposi “Sono solo una persona strapiccola”. Capii dall’utilizzo di quell’aggettivo che ero io, mi mandò un bacio e mi ringraziò, ma io ero ferito ed umiliato.

Il tempo trascorse senza che io mi dimenticassi mai veramente di lei, nonostante cercassi disperatamente nello studio, nel lavoro e nei vecchi hobby che avevo ripreso di trovare un  modo per dimenticarla. Poi arrivò il 14 aprile scorso. Quasi alla mezzanotte mi giunse un messaggio, e io già maledissi il mio capo, che era solito fare di questi scherzi, ma poi vidi che era lei.

“Ti pensavo”

In un primo momento le risposi solo “Buonanotte Bellissima” ma poi le chiesi come stava, lei mi rispose bene e lo chiese a me; io le risposi “Tiro avanti” e di nuovo lei commentò con “Non significa che va bene”…

E cominciammo a parlare, a parlare di fesserie e cose serie: le chiesi perché mi avesse contattato e lei mi rispose che ai pensieri non si comanda, trovando il mio assenso, poi non so come passammo al fatto che le piaceva essere citata nelle premiazioni e quindi le promisi che semmai avessi vinto qualcosa l’avrei citata e ringraziata; poi, di nuovo non so come, passammo a cose più personali, allo strano fatto che lei era irrequieta e non dormiva nonostante fossero le due di notte, ormai, perché da sempre si sentiva sotto pressione, carica delle colpe di altri, si sentiva una persona brutta. Io le risposi che per me era bellissima, con tutti i suoi pregi e difetti.

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Ci addormentammo col cellulare in mano, fui io a mandarle l’ultimo messaggio quasi alle quattro del mattino. La sera dopo, dalla redazione, la chiamai durante la sua pausa e le chiesi cosa stessimo facendo, e  se aveva intenzione di scomparire ancora. Lei mi disse che non lo sapeva ancora ma che ci saremmo risentiti in serata.

E fu così per la successiva settimana, un giorno chiamava lei, un giorno la chiamavo io, e parlammo del mio lavoro che andava a puttane, del suo gatto, Lillo, che un giorno si stava affilando le unghie sui suoi piedi e di tutto quello che ci passava per la testa. Penso ci fidassimo l’uno dell’altra come se ci conoscessimo da una vita.

Una sera, mentre ero fuori e rientravo in casa, le dissi che dovevo chiudere, nonostante non ne avessi il desiderio, perché non volevo che i miei si svegliassero a quell’ora tarda. Al suo domandarmi il motivo del mio non voler chiudere, le dissi che, ogni volta, avevo paura che lei scomparisse di nuovo. Lei rise e mi rassicurò, ma non durò molto.

Nei giorni successivi, ad un certo punto lei interruppe una conversazione via messaggi (stavo ancora lavorando e non potevo richiamarla subito). La contattai, provai a chiamarla… niente.

Ai miei ennesimi messaggi di “Buongiorno” e “Buonanotte bellissima”, lei rispose scusandosi, dicendo che nonostante tutto non sapeva come comportarsi per questa storia e che si sentiva in colpa. Girai un secondo video, stavolta con più esperienza visto che ornai da me mesi ero diventato uno youtuber. Le dissi che tutta quella storia a me sembrava un paradosso, e che nonostante tutti i miei tentativi di renderla reale, tutto continuava ad essere pesantemente irreale, come mai accaduto. A causa del suo comportamento, poi, avevo evitato, per esempio, di chiederle se aveva skype, per poterci, almeno in maniera surrogata, guardarci in faccia. Le dissi tuttavia che anche questo suo essere così… incostante, strana, diversa da tutti gli altri a me piaceva, e tanto, anche se mi faceva soffrire

Conclusi dicendole che il mio unico desiderio era continuare ad averla nella mia vita, ma che se questo la faceva soffrire al punto da interrompere bruscamente ogni volta i nostri rapporti, facendo quindi soffrire anche me, era meglio chiudere per sempre. Ma, al contrario dell’altra volta, le dissi però che speravo ardentemente nel suo ritorno. Il ritorno però non è mai avvenuto.

E oggi sono qui, a concludere questo racconto a poche ore dal mio 23esimo compleanno, a due anni dall’inizio di tutto questo e senza la benché minima idea di cosa ne sarà di me e di tutta questa storia che, alla fin fine, non avrà mai una conclusione, non essendo mai iniziata.

Paradosso, ovvero Storia di un evento mai accaduto - 16

Vissi buona parte dei giorni successivi come se avessi appena aperto gli occhi dopo una lunga notte di sonno: ero come confuso, non riuscivo bene a capire cosa stessi facendo in realtà, e la gravità degli avvenimenti che mi avevano investito… per quanto in realtà la cosa che mi ferisce di più è che nulla in realtà è realmente accaduto.

Così il 29 luglio, io e due dei miei tre amici ci facemmo un lunghissimo giro per Roma,visitammo il campidoglio, poi ci dirigemmo all’Hard Rock Cafè, Villa Borghese, Piazza del Popolo poi, sulla strada del ritorno, ci fermammo al Pantheon e alla Feltrinelli a pochi metri del b&b. Cominciai ad assimilare qualcosa solo dentro la libreria, passando vicino ad uno scaffale colmo di libri di Andre De Carlo, ma fu solo una prima avvisaglia.

Tornati in albergo, il mio compagno di stanza, che era rimasto a riposare dopo il malessere del giorno precedente, si era già visto il primo film della trilogia del Signore degli Anelli ed era quasi alla metà del secondo. Passammo. quindi quel pomeriggio, tutti insieme da buoni appassionati, a guardare i restanti due film della saga, ridendo e scherzando prima di preparaci ad uscire di nuovo quella sera. Ritengo ancora che fu una pazzia, in vacanza, rinchiudersi in camera a guardare quasi 7 ore di film, ma fu bello.

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Cenammo di nuovo alla pizzeria in Campo dei Fiori, poi Castel Sant’Angelo, un giro lungo la fiera che ha sede sulle rive del Tevere, Piazza Navona e, infine, da bravi giuristi, costringemmo l’unico “medico” del gruppo a seguirci per la nostra visita alla Cassazione, giusto per farci due risate.

La mattina successiva la perdemmo a rifare i bagagli, e fu allora che materialmente ripresi in mano Pazeroticus. Non lo volevo con me, perché casa mia, il mio armadio non era il suo posto. Era un regalo per Manuela e doveva essere lei  a disporne, non mi interessava come.

Scesi alla reception e chiesi alla gentile ragazza che più volte ci aveva aiutato in quel breve soggiorno se potessi lasciare loro in consegna una cosa che poi qualcuno sarebbe passato lì a prendere. La ragazza mi guardò strano, come se pensasse le volessi consegnare dei soldi o qualcosa di pericoloso, ma le dissi che era solo un libricino e che, se nessuno fosse venuto a prenderlo entro una settimana, avrebbero potuto tranquillamente buttarlo. La ragazza allora accettò e io andai a prendere il libro… ma volevo fare di più.

Presi un foglio di carta e mi feci prestare una matita microscopica da un mio amico, che si era portato da studiare anche in vacanza, e scrissi una lettera a Manuela. Le raccontai della mia visita al Gianicolo, le dissi di come tutto, in quella vacanza, aveva qualcosa di sbagliato. Le dissi che l’unica cosa che avrei voluto fare in quei tre giorni era incontrarla, rendere reale il surreale che circondava questa storia e che, almeno con quel regalo, lei avrebbe avuto un qualcosa di mio, reale, tangibile. Le diedi il buon compleanno con 8 mesi di ritardo, e poi chiusi la lettera, la inserii appena aperta la copertina di Pazeroticus e consegnai il tutto alla gentile receptionist, a cui diedi il mio recapito per eventuali chiarimenti, nonostante le avessi ripetuto le disposizioni sul cosa fare di quel libro un altro paio di volte.

Feci tutto questo sotto gli occhi dei miei amici che, a ripensarci, mi guardarono spesso con un misto di pietà e dispiacere. Non avevo detto niente a loro… forse pensavano che lei si fosse presentata e mi avesse sonoramente rifiutato ma, in realtà la cosa andò molto peggio. Ma loro non lo sanno, e forse non lo sapranno mai.

Aspettammo il treno in stazione, mangiando dei toast comprati lì, poi alle due e dieci partimmo. Solo allora, a circa metà strada, mentre giocavo a carte con loro, mi resi conto dell’enormità delle cose che non mi erano accadute. Mi si aprì un gigantesco buco in petto, non riuscivo più a respirare né a pensare. Mi chiusi nel silenzio, stetti male e, quando ero ormai arrivato a pochi chilometri da casa, lei mi mandò un messaggio: “Sono alla stazione Termini. Dove sei?”.
“Io sono quasi a casa, ormai” le risposi.

Lei mi chiamò, le risposi “Ehi…” ma lei non parlò. Sentii un respiro affannoso, poi la comunicazione si interruppe. Non le ho mai chiesto perché si fosse comportata così, la motivazione dietro quel silenzio… forse non lo saprò mai. Ore dopo, ero già nel mio letto per riposare un po’,  mi mandò un lungo messaggio in cui si scusava per non essersi fatta vedere e che sperava che per me non fosse stato troppo triste. Io le risposi che c’era qualcosa per lei al b&b, le fornii tutte le indicazioni necessarie e le diedi la buona notte.

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Il giorno dopo andò a prendere il regalo, mi disse che era stata ore a osservare il libro (che fortunatamente non aveva) e a leggere la mia lettera. Mi disse che era tutto bellissimo. Continuammo a parlare ma io non ce la feci più… non potevo continuare così. Per la prima volta in vita mia, girai un video… dissi a tutti che volevo iniziare  a fare lo Youtuber ma, la verità, in quelle mattine di inizio agosto, era che aprii un canale solo per potermi fare vedere da lei… Volevo che la cosa si facesse reale e pensavo che con un video avrei risolto la questione… la verità è, che dopo 30 video pubblicati, e due indirizzati solo a lei, nulla è davvero cambiato, a parte me.

Paradosso, ovvero Storia di un evento mai accaduto - 15

La mia permanenza a Roma, nel bene e nel male, fu segnata sempre dalla stessa identica sensazione: quella di trovarmi a casa. Mi svegliavo la mattina molto presto (massimo alle 7), mi facevo la doccia, mi vestivo e scendevo al bar che si trovava esattamente a cinque passi dal b&b. Lì mi prendevo un caffè macchiato e un cornetto vuoto, che mangiavo leggendo il Messaggero. Dopodiché ero pronto a prendere il tram e andare a lavorare… lavoro che non avevo, ovviamente, ma questa era la sensazione. E la strana sensazione di riconoscere quelle strade, riuscire a memorizzare in pochissimo tempo tutti i percorsi e le fermate di bus e metro, nonostante il mio inesistente senso dell’orientamento, che non mi permette nemmeno di memorizzare le strade sotto casa mia… fu bizzarro, devo ammetterlo.

E così, quella mattina del 28 luglio, dopo essermi alzato di buon mattino mentre il mio compagno di stanza ancora dormiva placidamente, diedi subito un’occhiata al cellulare, ora carico.

“E che ci fai a Roma? :)” fu la risposta giuntami una mezz’oretta dopo il mio primo messaggio.
“Formalmente, sto facendo il turista insieme ai miei amici che oggi devono andare al concerto di Roger Waters” risposi. Per la sua replica però dovetti attendere dopo mezzogiorno.

Nel frattempo, io e i miei amici esplorammo buona parte del centro di Roma ma, giunti a mezzogiorno, con l’impressionante temperatura di 38 gradi, il mio compagno di stanza, seduto sui gradini di Piazza di Spagna, annunciò che si sentiva male e che non ce la faceva più a camminare. Un mio altro amico disse che si sentiva stonato dal sole. Fu così che, controvoglia del mio amico “stonato” che non voleva spendere soldi, chiamammo un taxi e rientrammo.

Fu un pomeriggio davvero di merda: il mio compagnio di stanza stava davvero male, non voleva l’aria condizionata, non volle mangiare e si agitava sul letto, alzandosi e stendendosi di nuovo, in pena, proponendomi di prendere il suo posto al concerto. Ma io, ovviamente, speravo in altri impegni. Fui costretto anche a chiamare a mia madre per avere un consiglio su qualche farmaco da dare al mio amico, con l’unico risultato che i miei genitori pensarono fossi io a stare male… un inferno.

Nel frattempo, nel tardo pomeriggio, lei mi rispose, disse che era bello che andassi al concerto, ma le dissi che io non ci andavo, avevo speso quei soldi in maniera differente. Mi rispose che era un peccato, poi mi chiese cosa stessi facendo, e le dissi la verità, cioè che badavo al mio amico che si era preso una bella insolazione.

Ci fu un po’ di silenzio, il mio amico nel frattempo si riprese dopo che io e il mio altro amico “sano” ci caricammo di acqua al bar sotto “casa” e decise che sarebbe andato al concerto. Galvanizzato dalla prospettiva, e ormai giunto all’estremo tentativo, le scrissi:

“Basta fare i finti tonti, io non sono qui a fare il turista, ma per vedere te”; le spiegai in breve come fossi arrivato lì e che volevo incontrarla, dare un volto a tutta questa faccenda, un volto che fosse reale e non un insieme di pixel.

“Mi dispiace tantissimo, ma io sto incasinata, non posso”… c’erano in programma due concerti, uno il giorno del mio arrivo, il 27 (motivo per cui mi rispose tardi) e poi uno il 29, dei Blur, uno dei suoi gruppi preferiti e che, avendo ospiti a casa proprio per questa serie di concerti, staccando dal lavoro doveva subito tornarci quel giorno, L’indomani sarebbe andata molto presto a prendere il posto per il concerto e che quindi nemmeno il giorno dopo ci saremmo potuti vedere. La mattina del 30 lavorava, si sarebbe liberata solo nel tardo pomeriggio. Io sarei ripartito alle due pomeridiane di quel giorno. Era finita.

Lei non avrebbe rinunciato ai suoi amici, a quei concerti, come avevo fatto io per lei. Perché, nonostante avessi fatto finta che non mi piacessero per buona parte di quell’anno, a me piacciono molto i Pink Floyd, e vedere the Wall sarebbe stato un evento abbastanza importante. Stare con i miei amici ancora di più. Ma non più importante di lei. E qui feci il grave errore di pensare che anche lei la pensasse così.

Le dissi che non era un problema, che era capitato… e poi più nulla, silenzio. I miei amici andarono via alle 7, io dopo un’oretta di cazzeggio per il quartiere, presi due pezzi di focaccia e una porzione di patate al forno dalla pizzeria accanto al bar, salì in camera, mangiai e guardai Scrubs, probabilmente il mio telefilm preferito in assoluto, su Youtube dal mio cellulare. A mezzanotte e mezza mi coricai.

Ero rimasto come perplesso da quello che mi era successo. Mentre mi addormentavo fissavo Pazeroticus che fuoriusciva dalla mia sacca e non pensavo ad atro se non a cosa ne avrei dovuto fare. Non avevo ancora ben assimilato, e forse non l’ho ancora fato, che tutta questa storia finì in quel momento, quel giorno, senza che fosse realmente mai iniziata

Paradosso, ovvero Storia di un evento mai accaduto - 14

Spero non prenderete la nuova citazione fatta a Lanterna Verde nello scorso… capitolo o quello che è, come una cosa puerile, ma metaforicamente la mia situazione di allora rispecchia quel classico e abusatissimo momento di crisi dell’eroe di turno che, all’ultimo secondo, con poche energie rimaste, utilizza tutte le sue forze in un ultimo, disperato attacco, spesso e volentieri vincendo.

Ormai saprete in che situazione versavo prima di conoscere (?) Manuela, e i mesi passati in uno stato di continuo stress e studio non avevano certo contribuito a farmi sentire più riposato, ma puntavo tutto in quel viaggio.

Certo, ebbi molti dubbi: l’avrei veramente incontrata oppure no? E se si, mi sarei potuto veramente permettere una storia fatta di continui viaggi? E se invece no, valeva la pena rovinarsi il viaggio nella città che più di ogni altra avrei voluto visitare? Perché non ero mai stato a Roma, nemmeno in gita scolastica… ogni volta o mi ammalavo o c’era un qualsiasi altro contrattempo.

Fu un mio amico, e prossimo compagno di viaggio, a convincermi definitivamente di cercare di incontrarla. Disse che avrei dovuto tentare, anche a cuor leggero, perché, in definitiva, sarebbe stata un’occasione persa se non avessi perlomeno tentato. A dirla tutta, in questa storia quel mio amico risultò molto più di supporto rispetto ai miei, che sono effettivamente una coppia nata da un rapporto a distanza e dai quali avrei desiderato decisamente un po’ più di aiuto.

Con mio padre non ne parlai apertamente, lui non vorrebbe che mi allontanassi di casa di un passo, figurati di 500km! Ne parlai allora con mia madre, più apertamente visto che lei sapeva qualcosa di tutta questa faccenda. Fu un disastro, nessun aiuto, solo una continua sequela di “lascia perdere, è troppo lontano”… da qual pulpito…

Fui quindi convinto che, una volta arrivato lì, l’avrei contattata e avrei tentato il tutto per tutto, soprattutto il giorno del concerto a cui non sarei andato, avendo quindi quasi metà giornata tutta per me, da trascorrere da solo e i miei amici erano ben al corrente quali progetti avessi per quel giorno.

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Fu così che, alle sette del mattino del 27 luglio 2013, io e i miei tre compagni di viaggio prendemmo il Frecciarossa diretto alla Capitale, alla quale arrivammo intorno alle 11. Fra una complicazione ed un’altra, riuscimmo a fare il check-in intorno all’una, prendemmo possesso delle due camere doppie e ci rintanammo lì a mangiare i panini che ci eravamo portati da casa. Era nostra intenzione uscire quasi subito, ma l’estate, che fino ad allora era stata piuttosto clemente, si ripresentò con grande prepotenza in quei tre giorni che, senza dubbio, furono i più caldi dell’anno scorso.

Quindi, un po’ spaventati dall’idea dei 38° e del sol leone delle 2 pomeridiane, rimanemmo in camera a perdere un po’ di tempo fino alle quattro e mezza prima di dirigerci, armati di svariate bottiglie d’acqua (che trasportavo tutte io) verso il Gianicolo, relativamente vicino al b&b dove alloggiavamo. La salita non fu difficoltosa, ma comunque fu stancante per il caldo e forse per le ore di viaggio che ci avevano irrigidito le gambe, ma alla fine arrivammo in cima al “monte”.

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Non so se ci siete mai stati, ma se Roma è Caput Mundi, a me sembrò in quel momento che il Gianicolo fosse Caput Romae: al mio sguardo, finalmente, apparve l’intera città, magnifica e imponente, enorme in tutti i sensi possibili, e ne rimasi estasiato. Per riposarci, ci sedemmo sul prato in un giardinetto colmo di mezzibusti di personaggi in qualche modo collegati al risorgimento e all’Unità d’Italia, una specie di terrazza che dava su quello splendido panorama. Fu allora che, dopo i mille problemi, mi sembrò che, seduto su quel prato, ci fosse qualcosa di sbagliato: che non me ne vogliano i miei amici, ma il mio posto era sì seduto lassù, ma non con loro. Volevo, come altre coppiette lì vicino, che lei fosse lì con me, stesa e appoggiata a me, a parlare e a dirci stupidaggini, a prendere il sole o anche solo a baciarci, con tutto il mondo lasciato fuori, a guardare impotente…

Presi in mano il cellulare… era ancora presto, sicuramente stava lavorando e quindi mi trattenni ancora per un po’; non vi tedierò con la spiegazione di come, illusi dall’averlo visto così nitidamente dal Gianicolo, perdemmo le successive tre ore a raggiungere il Vaticano, salire sulla cupola (500 fottutissimi gradini dentro una cupola che ti costringeva a piegarti di sbieco per andare avanti) e poi tornare a “casa”, come la chiamavano i miei amici, che lì avevano alloggiato anche la scorsa volta.

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Per cena ci dirigemmo a Campo dei Fiori e, sotto gli occhi di quell’inquietantissimo Giordano Bruno (mai statua ha reso così giustizia ad un personaggio simile, a mio parere) cenammo mentre io avevo digitato il mio messaggio “Sono qui, sono a Roma”. Non avevo il coraggio di inviarlo, non ancora. Aspettai fino a quando rientrammo, intorno alle dieci e mezza. Eravamo tutti molto stanchi (io non tanto in realtà, l’allenamento aveva dato i suoi frutti) e, alla fine, quando il mio compagno di stanza si addormentò dieci minuti dopo essersi buttato sul letto, inviai l’sms.

Non arrivò nessuna risposta prima che il cellulare, abusato per fare foto e ricevere chiamate dai miei, si spegnesse. Fu così che la risposta la lessi solo l’indomani mattina, il 28 luglio, giorno del concerto di Roger Waters, giorno in cui imparai a detestare i Blur. Giorno in cui capii che per me non ci sarebbe mai stata speranza.

Paradosso, ovvero Storia di un evento mai accaduto - 13

Non vi nasconderò assolutamente che quelli che seguirono furono mesi molto difficili e, soprattutto, frenetici. Mi dispiace però dover riempire questa nuova parte del mio paradosso con cose che sono solo personali perché, da marzo fino alla fine di luglio, Manuela non si fece più sentire, e lo stesso feci io, nonostante più volte fui tentato di rompere il silenzio. Ma ero consapevole che una nuova fase di “interazione” non mi avrebbe portato a nulla di nuovo. Dovevo giocarmi il tutto per tutto a luglio, quando sarei stato a Roma.

Lo studio mi prese quasi completamente: studiavo per buona parte del giorno, quattro materie differenti (che a giurisprudenza non è poco nemmeno con gli esami più semplici, checché se ne dica in giro) e l’esaurimento nervoso che mi porto dietro da quando avevo sedici anni si acuì sensibilmente, ma c’era lei all’orizzonte.

Nel giorno più splendente, nella notte più profonda…

Risparmiai su tutto, sulle uscite, sul cinema, sui libri, sul cibo, sul vestiario… arrivai ad avere un gruzzolo notevole, di cui ho tutt’ora qualcosa. Dall’essere quasi un hardcore gamer, durante quell’anno le mie console presero abbondante polvere. Il disegno andava a rilento, la lettura anche, forse perché esacerbato dallo studio, la scrittura era ormai ferma. Non parliamo dei fumetti, poi! Leggendo in pratica solo l’Uomo Ragno da quando avevo 4 anni, la mia passione per il fumetto presto scemò per via di quella maledettissima promessa.

Lei era Mary Jane, e io non riuscivo più a leggere in pace mezza pagina di Spider-Man senza che mi venisse in mente lei. Mi rimase lo studio, le uscite con gli amici (fattesi più sporadiche per via dello studio intenso) e la ricerca di un lavoro. Volevo lavorare, guadagnare giusto quel poco per coprire eventuali spese… tipo quelle che avrebbero comportato i viaggi dalla mia città a Roma. Il mio sogno è sempre stato quello di fare il giornalista e, proprio intorno a maggio, venni a sapere da mio padre che il direttore del più importante giornale locale online, amico di mio nonno e di mio padre stesso, si era allontanato dalla sua vecchia redazione per creare un nuovo portale. Proposi a mio padre di fare il mio nome, nell’evenienza… (sigh).

Primi esami a fine maggio, contemporaneamente, stessa ora e stesso giorno: il terribile Commerciale 2 insieme a Relazioni Industriali, decisamente più semplice. Lontano dalla iena che mi aveva bocciato la prima volta a Commerciale 1, riuscii nella straordinaria impresa di passare la seconda parte al primo tentativo, avendo appena ottenuto una più che meritata promozione a Relazioni Industriali. Quel giorno non mi poteva fermare nessuno, ero in dirittura di arrivo.

Nessun malvagio fugga alla mia ronda…

Ero esausto, a pezzi emotivamente e fisicamente quando feci il mio terzo esame: sei ore per due minuti di esame su quella merda di informatica… finito questo, circa a metà giugno, mi rimaneva il ben più corposo esame di diritto di famiglia. Lo studiai a cavallo della cyclette di mio padre. Mai stato un tipo sportivo, e lo studio intensivo non aiutava il movimento. Ma dovevo andare a Roma e, ignorando le urla di pietà delle mie ginocchia (soffro di artrite reumatoide, con probabile danno ai legamenti), detti inizio, il 26 di giugno, ad un mese intensivo di allenamenti in vista delle lunghe camminate attraverso la capitale. Oltre 20 km ogni giorno, in media pendenza, in meno di un’ora. Persi altri 7 chili.

Colui che nel male si perde…

Lei era il mio pensiero costante. La notte dormivo pochissimo, ma lei era sempre lì, a darmi forza; ogni esame, ogni problema, ogni difficoltà… c’era sempre lei davanti a me, e la volontà di guardarla in faccia, sentirla ridere, sentirla parlare eccitata di qualcosa che lei adorava, poterla fissare nei suoi grandi occhi versi, sentirle dire “Ammettilo tigrotto…”. Dirle di come, nella mia unica e fugace visita sul suo profilo FB, mi ero innamorato di una canzone che aveva condiviso poco prima il nostro primo distacco, a metà settembre: I hope that I don’t fall in love with you, di Tom Waits… adoro l’intero album “Closing Time”.

Ascoltavo spesso quella canzone, insieme ad alcune dei Radiohead, tuttavia non riuscii a leggere molti dei libri che mi consigliò. Molto strano…

E poi arrivò metà luglio, esame di diritto di famiglia. Un merdoso 20, ma non m’importava, avevo altro a cui pensare… i bagagli erano fatti una settimana prima della partenza. I biglietti del treno e  l’hotel prenotati da oltre un mese e mezzo. Pazeroticus riemerse dalle brume polverose del mio armadio per tornare ad essere un regalo di compleanno arrivato al destinatario con tanti mesi di ritardo. Era tutto pronto. Io ero pronto.

Si guardi dal mio potere, la Luce di Lanterna Verde!

Stavo andando a Roma. Finalmente stavo andando da lei.

Paradosso, ovvero Storia di un evento mai accaduto - 12

Ieri si è concluso il secondo anno dall’inizio di questa faccenda… avrei voluto tanto chiamarla, contattarla in qualche maniera… farle sapere quanto mi manchi nonostante non l’abbia mai davvero conosciuta. Ma non l’ho fatto, un po’ per motivi che vi dirò, un po’ perché la parte di me che fin dall’inizio diceva che questa è un’assurdità sta prevalendo senza però darmi alcun sollievo… secondo voi, che avrei dovuto fare?

Da quel primo gennaio molte cose accaddero, prima tra tutte ebbe inizio la mia insonnia e, quando cominciai a contare i giorni, i miei amici si stupivano dall’esattezza con cui tenevo il conto. In realtà, devo ammettere, era piuttosto facile tenere il conto vista la data di inizio!

Poi accadde una cosa strana, che mi rimase impressa… ero uscito con gli amici e mi ritrovai ad accompagnare a casa uno di loro, che abitava non molto lontano da casa e non so come, arrivò a raccontarmi di come aveva incontrato la sua ragazza. Non sono mai stato un grande animale sociale, così come la maggior parte dei miei amici più stretti, perciò la storia di come lei, attraverso una lunga catena di contatti tra amici di amici, aveva finalmente fatto la sua conoscenza, rappresentava davvero una gradita sorpresa.

“Non è una cosa che capita tutti i giorni” commentai e lui, con uno strano sorriso, mi rispose: “Non è una cosa che capita tutti i giorni a quelli come noi”; non lo disse con cattiveria, ma con una strana rassegnazione. Eppure a lui era successo, pensai. Un evento improbabile, statisticamente, è tale solo se capita raramente, quindi forse fu troppo ottimistico pensare che sarebbe accaduto anche a me.

Ma comunque, la vita continuò frenetica fino al 14 febbraio, non tanto perché fossi genericamente depresso per san Valentino, ma perché tutti, quel giorno, sembrarono cospirare contro di me: i miei amici, la notte prima, avevano cominciato una lunga dissertazione sui loro brani preferiti dei Radiohead, Creep in testa, facendomi sentire abbastanza giù. Il colpo definitivo, però, lo diede Sky, mettendo in programmazione per quella sera proprio Eternal Sunshine of the Spotless Mind… unito al fatto che avevo da poco finito di leggere Due di Due e che non riuscivo a togliermelo dalla testa, il cocktail fu servito.

Notai come molte cose di lei fossero presenti nel personaggio di Guido Laremi, persino la sua incostanza, quella strana ossessione del Laremi di cercare sempre nuove emozioni, non capendo mai quale fosse il suo posto giusto. È un personaggio che proprio non riesco a farmi piacere, come se provasse tutto per poi non riuscire a scegliere tra niente, vivendo in un eterno limbo di infelicità per propria scelta… assurdo!

E poi loro due, Joel e Clementine… cazzo, io assomiglio a quel maledettissimo personaggio di Jim Carrey tanto quanto lei assomiglia a quel maledettissimo personaggio di Kate Winslet! C’era davvero troppo di lei… di noi in quel film, fatta eccezione, ovviamente, che io non avevo neanche potuto vederla in faccia! E allora, preso dallo sconforto, quella sera, come se nulla fosse successo nei mesi precedenti, le mandai il solito messaggio. “Buona notte bellissima”. La mia bellissima molto probabilmente era a letto col suo ragazzo ma a me non importò molto.

Mi rispose, e poi mi chiese come stavo la mattina dopo… le dissi dell’insonnia, le dissi perché le avevo scritto e le chiesi finalmente scusa per le cattiverie che le avevo detto a dicembre. Era davvero un peso che mi volevo togliere. Il resto della conversazione fu abbastanza patetico, era evidente che entrambi non volevamo tornare a parlarci per poco tempo per poi smettere di nuovo o, peggio, litigare. Perciò tutto finì il 15 di febbraio.

L’ultimo nostro contatto prima del mio viaggio avvenne poi a marzo… forse sono stato io a  ricontattarla sabato 2, o forse lei… non ricordo più (anzi, ho dovuto controllare che giorno fosse il primo sabato di marzo, perché la memoria comincia a fare cilecca e le tracce di quei contatti sono andate perse a causa di un cellulare che ho pagato troppo e con troppi problemi). Ricordo però che ci parlammo la mattina dopo, che lei mi chiese come stavo.

“Tiro avanti” “Non è essere felici però” mi rispose. È l’unica persona che abbia mai risposto così a questa mia affermazione. Ci fu poi un lungo silenzio. Io andai a teatro a vedere il Ciranò, che ho sempre amato da quando ho saputo della sua esistenza attraverso non so quale cartone animato… quando tornai, lei mi chiese della mia insonnia, disse che era brutto che non dormissi, che si dispiaceva per me.

Le faccio pena, pensai, e scoppiai a piangere, non perché fossi triste, ma perché non potevo prendere a pugni il mobilio di camera mia senza allertare i miei. E mentre cercavo di sfogarmi strappandomi la faccia di netto dal cranio, il telefono squillò. Era lei, e stavolta parlammo a lungo.

Parlammo del teatro, del lavoro, dello studio, della mostra di Modigliani a Milano, lei mi raccontò la vita e le opere del Modì, facendomi capire in dieci minuti cose che il mio professore di storia dell’arte non mi ha fatto capire nemmeno in procinto di esami di maturità. Mi parlò dei suoi animali, del fatto che da anziana voleva diventare come sua nonna, non una vecchia da Uomini e Donna ma una classica nonna che fa la pasta fatta a mano e sferruzza con ferri e lana, ma credo si imbarazzò un po’ quando, chiedendomi se i miei nonni ballassero e scherzassero come quelli di Uomini e Donne io le risposi che, se lo facevano, lo stavano facendo sotto terra. La invidiai un po’, io ho perso le mie nonne quando ero bambino, mio nonno paterno a 15 anni e quello materno è stato l’unico che ho avuto di più, e onestamente non ero pronto a vederlo morire così. Ma vabbè.

Parlammo a lungo, ci furono alcuni silenzi… mi piaceva sentirla respirare, parlarmi con quella sua voce così incantevole, che nei momenti più concitati tradiva un po’ di inflessione romana. Io mi risparmiavo. Quando sono emozionato balbetto, perciò misuravo bene le parole per non fare brutta figura, ma me la cavai bene.

Alle tre di notte arrivò il momento di chiudere: “Ci sentiamo domani?” le chiesi.
“Si, certo” rispose.
“Allora buona notte, bellissima, cerca di dormire”
“Anche tu, e niente brutti sogni. Buonanotte”

Quel lunedì, pur con pochissime ore di sonno e con gli occhi che imploravano pietà, ero felice come non mai; pensavo che avremmo ricominciato, che forse tutto si sarebbe risolto per il meglio, stavolta. Ma lei non si fece più sentire. La telefonai quella sera. Nessuna risposta. Era scomparsa di nuovo, così, all’improvviso, come faceva sempre. Fu l’ultima volta che provai a contattarla prima che, la sera del 27 luglio, le scrivessi via sms: “Sono qui, sono a Roma”.

tastefullyoffensive:

20 Mind-Boggling Shower Thoughts [showerthoughts/distractify]

Previously: Name Improvements for Everyday Stuff

I swear, I when i saw the pic about the Clintons, I began to imagine some other famous president have sex each others! XD

Points of view… it’s always a question of Points of view! xD

Rebloggato da quiteawsomeretro

Paradosso, ovvero Storia di un evento mai accaduto - 11

Fu un periodo nero, e anche tra le peggiori festività natalizie che io abbia mai trascorso… e due Natali prima avevano diagnosticato il cancro a mio nonno, quindi vi lascio immaginare! Purtroppo, un po’ come nel Cuore Rivelatore di Poe, quel libro nel mio armadio, seppur lontano dallo sguardo, mi ricordava sempre che il 26 dicembre sarebbe stato il suo compleanno e io non riuscivo proprio a togliermi il pensiero di farle gli auguri dalla testa.

La riunione in famiglia fu una tortura, improvvisamente a tutti importava la mia vita privata: a tutti quegli zii che vedevo solo una volta l’anno e a quei cugini con cui condividevo davvero poco interessavo i progetti che avevo per le festività, se avevo conosciuto qualcuno, ecc… una fottuta tortura!

Fu quindi inevitabile che, alla mezzanotte del 25, le mandai un messaggio in cui le feci gli auguri di Buon Natale e, soprattutto, di Buon Compleanno. E lei mi rispose con un semplice “Grazie”. Nient’altro. Fu allora che infransi la promessa di non farle mai del male, perché nella rabbia, il giorno dopo, le scrissi una mail carica di veleno. Nella rabbia riuscivo solo a pensare che, dopo quei due mesi, l’unica cosa che era riuscita a dirmi dopo essermi ricordato un compleanno che mi ha svelato mezza volta (tralasciando che lei non si è mai ricordata il mio) era un semplice “Grazie”. Me la immaginavo felice, col suo fidanzato, a ridere, scherzare, festeggiare, fare l’amore mentre io ero distrutto, in rovina su ogni campo. E glielo dissi.

La sua risposta mi fece capire che avevo esagerato. A mente fredda, forse in quella rabbia mi ero avvicinato più alla verità di quanto anche attualmente voglia ammettere, ma fui sgarbato e scortese, questo lo ammetto e lo sottoscrivo. Mi rispose che non capivo nulla di lei, che non era felice, che non era semplice col suo ragazzo (mai chiesto il perché) e che non voleva più sentirmi. Altri frammenti di muscolo cardiaco persi nel vento, ma stavolta l’avevo fatta io la cazzata.

Le mandai gli auguri a capodanno, un secco “Buon anno” a cui lei rispose con un “Grazie altrettanto”. Non ha mai saputo che proprio da quel giorno ho cominciato a soffrire di insonnia anch’io perché sapevo che avevo rovinato tutto.

Ma poi, una settimana dopo, quando incontrai uno dei miei amici, con cui più volte mi ero confidato sul comportamento di Manuela (mi riferisco, nello specifico, alla sua improvvisa sparizione di inizio dicembre) che mi venne in mente un’idea ancora più malsana delle precedenti.

Gli dissi infatti che avevo ancora il regalo e  che non sapevo cosa farne. Il mio amico allora mi suggerì: “Se vuoi venire con noi a Roma per il concerto, puoi sempre darglielo allora”. Una speranza, una nuova volontà.

Nella mia testa si stava formando un nuovo piano: sarei diventato ancora meglio di prima, avrei ultimato i cambiamenti in atto, avrei risparmiato, avrei dato una smossa ai miei studi così da partire con i miei amici, improrogabilmente, a luglio. Se ci fossero stati altri contatti prima di allora sarebbe stata un’occasione in più, ma quel viaggio rappresentava la mia ultima ancora di salvezza. L’ultima speranza.

Quello stesso amico, un po’ fissato con le sue “previsioni annuali” in cui, con una parola, dice che un anno sarà impegnativo, o noioso, o difficoltoso, all’inizio dell’anno scorso disse “Questo sarà l’anno della Volontà”.

Nel giorno più splendente e nella notte più profonda, pensai da buon nerd (o quasi) mentre mi rendevo conto che era vero: ce l’avrei messa tutta, avrei usato fino all’ultima goccia di forza di volontà per rendere reale ciò che era stato solo un sogno ad occhi aperti, un paradosso.

La settimana successiva rifeci l’esame: promosso. Il primo di altri cinque esami fatti tutti nel giro di due mesi, all’inizio della seconda sessione. Roma mi aspettava, finalmente, e niente e nessuno, stavolta, mi avrebbe fermato. Ma ovviamente, l’arco di tempo tra gennaio e luglio è lunghissimo, e ovviamente quel periodo non si rivelò del tutto privo di sorprese e delusioni

contes-du-jour-et-de-la-nuit asked:

Hai mai sentito un albero cadere? La corteccia che si spezza emette un suono secco ma penetrante, rimbomba nello stomaco, quando tocca terra si può udire il suo lamento, un gigante spezzato, morto. Non è troppo differente dal suono di un cuore spezzato, rimbomba dentro di noi, anche se nessuno può sentirlo è reale come la peggiore delle torture. Ho letto con passione la tua esperienza, ho ritrovato tante cose che anche io ho vissuto e provato. Ci tenevo a dirtelo, ti auguro una buona serata.

Io non so da dove venga o se l’hai scritto tu, ma è comunque un bellissimo pensiero… E spero che la mia esperienza abbia un finale peggiore della tua, te lo auguro di tutto cuore. Grazie :)