Paradosso, ovvero Storia di un evento mai accaduto - 9

Il primo pensiero di quella mattina, appena saputo che l’autrice di quel messaggio non era mia madre come avevo sospettato, fu ovviamente quello di contattare Manuela. Il secondo fu invece quello di soprassedere, di lasciar perdere… avevo appena ripreso a vivere, logica voleva che non cadessi in quella che, con molta probabilità, sarebbe stata una replica di quanto già successo.

Probabilmente avrete capito che, anche stavolta, la logica non vinse: la mia determinazione durò fino alle 11 del mattino, poi le mandai un messaggio, spiegandole cosa mi era successo con quel messaggio e  chiedendo conferma, conferma che poi lei mi diede. Alla mia domanda sul come mai quel “Buona notte” dopo oltre un mese in cui non ci sentivamo, lei mi rispose solo alcune ore dopo, via mail, dicendo che quella sera, parlando con le amiche, le erano venute in mente le mie orecchie e il fatto che porto i capelli corti perché il contatto con i lobi mi da molto fastidio.

Rimasi esterrefatto. Quella ragazza così speciale e così lontana, che non sentivo da oltre un mese (so che l’ho già ripetuto un paio di volte negli ultimi tre righi, ma ancora non riesco a crederci) si era ricordata di me per quel piccolo dettaglio, per quella cosa così insignificante. Ero felice. Le scrissi una e-mail con su scritto “E davvero dopo tutto questo tempo ti sei ricordata di me solo per questo?”.

Lei la prese male, pensò che fossi polemico ed, in effetti, via mail non poteva vedere che io ero felice come una pasqua. Risolsi comunque quel piccolo inghippo e riprendemmo a parlare, inaugurando quello che tutt’ora reputo il periodo migliore di questa strana “relazione” (nel senso più oggettivo del termine).

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Ci parlavamo ogni giorno, presi a mandarle ogni sacrosanta mattina, appena facevo pausa dallo studio, il mio “Buongiorno” (sapevo che la mattina presto o cercava di riposare o lavorava, quindi non la disturbavo prima delle 10 e mezza) e ogni notte, anche se non ci potevamo parlare, le mandavo almeno una “Buonanotte”; cominciai a chiamarla anche “bellissima” perché… beh, perché per me lo è.

Lei cominciò ad essere più estroversa con me… e una volta, di notte e a sorpresa, mi chiamò, facendomi fare la figura dello scemo. Ero così eccitato di sentire la sua bellissima voca, forte e allo stesso tempo sottile come quella di una bambina appassionata ma timida, che rimasi letteralmente senza parole. Non sapevo che dirle, per la miseria! A ripensarci oggi, ci rido su questa cosa, ma quella sera mi sentii un completo stupido.

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Lei, nel frattempo si aprì di più con me: mi disse che amava i lavori di Andrea Pazienza, che il suo film preferito era Eternal Sunshine of the Spotless Mind di Gondry, tradotto in italiano con lo sfortunatissimo titolo “Se mi lasci ti cancello”; disse spesso che voleva vedermi, baciarmi, stare con me. Io stavo progettando già per fare in modo che tutto questo accadesse.

Una sera, dicendole che volevo incontrarla, mi disse scherzosamente “Sarai silenzioso anche quando mi avrai di fronte?”.

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Allora io le proposi una cosa: sono sempre stato un grande fan del fumetto Spider-Man, e un gran sostenitore della coppia Peter-MJ; ebbi quindi la malsana idea, viste alcune somiglianze tra Mary Jane e Manuela (occhi, capelli e carattere soprattutto), di dirle: “Quando ci incontriamo, per rompere il ghiaccio, che ne diresti se, appena mi sei di fronte, mi dici ‘Ammettilo tigrotto, hai appena fatto jackpot’?”

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Lei accettò di buon grado… le chiesi se sapeva da dove venisse questa frase e lei mi inviò una pagina di fumetto dove Peter e Mary Jane si baciavano… Volevo andare da lei a piedi in quel preciso momento!

La sua presenza, in quel periodo, mi diede una forza mai provata prima… arrivai persino a parlare cordialmente con quei tre ex-amici senza che mi venisse letteralmente il voltastomaco, solo perché sapevo che c’era lei a consolarmi, ad aspettarmi. Esami, problemi sociali, di studio, di salute non erano più così pesanti se ce’era lei a mandarmi anche solo un “:*” o a parlarmi animatamente del suo amato Modì con quella voce così piena di passione (ma questo, in realtà, avvenne dopo…)

Quando poi un sabato di fine novembre mi disse, alla mattina, che era nel letto e voleva che fossi da lei e, quella sera stessa, imbastì e imbastimmo una strana fantasia in cui io, a Roma, mi ero perso a causa del mio scarso senso dell’orientamento e chiedevo informazioni a lei, persa come me visto anche il suo scarso senso dell’orientamento, dopo di chè andavamo via insieme, “persi e felici” come concluse lei, presi la decisione.

“Non saremmo stati persi – le dissi – saremmo stati nel posto che più ci apparteneva”; lei commentò che ero romantico, e tenero. Ma io stavo già prenotando il biglietto per andare a Roma.

Paradosso, ovvero Storia di un evento mai accaduto - 8

Preso dalla rabbia, mio difetto fatale purtroppo, probabilmente mi comportai abbastanza da stronzo antipatico, ma potete immaginare che, alla fine di tutto quel casino, mi ritrovai con il cuore stracciato in mille piccoli frammenti. So che chiusi io quella storia con questa specie di scenata, ma la cosa mi ferì ugualmente. La realtà era che volevo essere arrabbiato con lei, cosa che mi riusciva (e mi riesce) difficilissima e che quindi mi impediva di analizzare con lucidità il macello in cui mi ero cacciato. La logica mi urlava di smetterla con quello stillicidio, il cuore no ma, per il momento, lasciai vincere la prima.

Stetti male, molto male, e intendo realmente, non solo psicologicamente: l’inizio dell’anno accademico vide un me molto depresso (e forse anche immunodepresso) che fece in tempo a beccarsi un portentoso virus intestinale dopo aver frequentato i primi tre giorni lezione.

Ebbi la febbre a quaranta per quasi quattro giorni, senza riuscire ad abbassarla sotto i 38.5° nemmeno con i farmaci; i problemi gastro-intestinali, che per pudore eviterò di citare nello specifico, mi fecero venire un terribile dolore all’addome e mi impedirono di buttare giù qualsivoglia boccone senza che la situazione peggiorasse. Nel corso di quella settimana persi oltre 5 chili.

A mia madre, molto preoccupata e sempre al mio fianco in quei giorni, chiesi solo una cosa: se mai avessi delirato, mi avrebbe dovuto tenere lontano dal cellulare e dal pc. Non avevo detto niente ai miei di Manuela, non ancora, ma mia madre scoprì la lunga sfilza di messaggi e e-mail. Dovetti raccontarle un po’ di cose, omisi la parte più hard per ovvi motivi, ma alla fine fu lei l’unica a sapere di questa faccenda in maniera più approfondita.

Faticò a capire quando le passai il mio cellulare dicendole “tienimelo lontano”, ma alla fine fece due più due.

Comunque, non delirai, rimasi per fortuna abbastanza lucido e, costretto all’immobilità, feci il punto della situazione, constatando lo stato in cui mi ero ridotto. Fu così che quel coraggio che non avevo usato per farla finita lo usai per un ultimo, grande passo: cambiare.

Basta reclusione semivolontaria, basta voler evitare persone sgradite, basta farsi imporre limiti, basta essere sempre soggetti alle altre persone e alla loro volubile volontà. Era il momento di imporre, per una volta, la mia volontà e, nelle settimane che passarono, lo feci.

Rimisi piede fuori di casa più spesso, trascorrendo le serate con il mio semi-nuovo gruppo di amici; gli incontri con quei tre esseri la cui esistenza mi da solo un’enorme fastidio risultava enormemente sgradevole, ma avevo terminato di abbassare la testa. I “saggi” astrologi dicono che i nati sotto il segno del Leone sono leader, animati da grandi energie, capaci di risollevarsi grazie alla loro forza. Per una volta voletti rendere veritiere quelle stronzate scritte sui settimanali scandalistici.

Cambiai, e tanto. Per un qualcuno timido come me, misantropo come me (l’idea delle grandi folle mi fa venire la nausea), così poco avvezzo ai cambiamenti a causa di eventi a dir poco spiacevoli avvenuti nel passato, fare nuove amicizie, aprirsi con gli incontri casuali di quelle serate, partecipare a feste di compleanno, girovagare per le strade affollate di sabato sera con particolare costanza, fu un passo avanti non da poco. Avevo nei progetti futuri persino l’andare a vedere insieme ai miei amici la tappa italiana di “The Wall” di Roger Waters, storico bassista dei Pink Floyd!

Alle scuole medie, il “me bambino” era stato ucciso da una classe di bulli e dalla malattia di mio padre. Il “me ragazzo”, timido, depresso e impacciato, si era, alla fin fine, per davvero suicidato. Era il momento di andare avanti e, col tempo, forse il fato mi avrebbe concesso un nuovo incontro o una nuova occasione con una vecchia conoscenza.

Fu così che, nel giro di un mese, la mia vita era radicalmente cambiata. Certo, c’era ancora molto da cambiare, ma per una volta sapevo che ce l’avrei fatta. Tutto questo per lo spettro di una ragazza incontrata per caso. Quello stesso caso volle però che, un sabato sera di fine ottobre, mentre ero in un locale con gli amici, mi arrivasse un messaggio; quel messaggio arrivò però proprio mentre stavo riprendendo il cellulare dalle mani di un mio amico. Non so come feci, ma lo aprii e lo cancellai in pochi secondi e del tutto inavvertitamente. Diceva “Buonanotte :*” e il mittente cominciava per “Ma”.

Fino a mattina pensai che fosse stata mia madre, che delle volte mi mandava quel messaggio quando rientravo tardi, ma mai con quell’emoticon. Tutti i dubbi svanirono quando, chiestole dove aveva imparato quell’emoticon del bacio, lei mi disse di non sapere nulla di quel messaggio.

Dopo oltre un mese, Manuela si era rifatta sentire e, che ci crediate o no, stavolta le colpevoli di questo nuovo riavvicinamento furono le mie orecchie…

Magari lei non era affatto la donna della tua vita…”
“Sì che lo era.”
“Perché?”
“Perché era matta, era tutta sbagliata. Era vera, se capisce
quello che voglio dire. Era una strada piena di curve assurde,
che correva in aperta campagna, senza preoccuparsi mai di
tornare. Senza nemmeno sapere bene dove stava andando.
Era una di quelle strade su cui ci si ammazza.
A. Baricco.  (via mettevalamoresopraognicosa)

Paradosso, ovvero Storia di un evento mai accaduto - 7

I giorni che seguirono furono tra i peggiori della mia intera vita da che ho memoria. Aspettai trepidamente un messaggio, una chiamata, una mail, un segnale di fumo, un piccione viaggiatore, un messaggio telepatico, un qualsivoglia segno di vita da parte sua, ma alla fine, non accadde nulla.

Passavo le giornate a tergiversare, fingendo di studiare mentre o guardavo le sue foto, o le cancellavo dal pc per non guardarle, o le riscaricavo perché non resistevo alla tentazione. Giornate davvero orribili in cui però mi costrinsi a non rompere il silenzio, a stare al mio posto, non senza difficoltà ovviamente.

In quei giorni ripensai a lungo a quanto mi era successo, alla strana concatenazione di eventi che mi aveva portato a tutto quello. Ne parlai anche con un paio di amici, non entrando troppo nei dettagli. L’unica cosa che mi seppero dire fu “Che fregatura, mi dispiace”. Non di grande consolazione, pensai, visto anche che fino a due giorni prima loro erano stati fisicamente molto più vicini a lei rispetto a quanto lo fossi mai stato io. Ma non era assolutamente colpa loro e sapevo che non potevano far altro che dirmi “Coraggio!”. 

Fu allora che maturò in me la concezione del paradosso, di un evento che mi aveva stravolto quelle due settimane ma che, in definitiva, non era nemmeno classificabile come evento. Parole scritte sullo schermo di un pc, niente di più per il resto dell’universo. Il mio mondo reale era rimasto uguale a com’era sempre stato. Era successo un casino terrificante, e allo stesso tempo non era successo assolutamente nulla.

E così, rimuginando di continuo su questo ammasso di cavolate senza senso, i quattro giorni passarono e arrivò il mio 21esimo compleanno. Tanti auguri a me! (spero si capisca il sarcasmo)

I festeggiamenti si ridussero ad una breve uscita con gli amici, un caffè offerto e onestamente non ricordo nemmeno il regalo che mi fecero. Ero vuoto, triste e stanco. Avevo voglia di ubriacarmi, non bevevo un goccio da secoli, avevo voglia di uscire e allo stesso tempo non volevo. Alla fine tenni facciata, mi divertii un poco e poi tornai a casa. Quando i miei andarono a dormire, come al solito troppo presto, rimasi da solo in casa, in preda all’oscurità visto che, con i balconi aperti, mio padre voleva le luci sempre spente per non far entrare le zanzare; evidentemente le zanzare ci vedono molto bene al buio, perché in casa sembra essercene sempre una nutrita colonia.

Da solo, al buio, senza niente da fare (o meglio, senza la voglia di fare alcunché), avevo in una mano il cellulare e nell’altra il forte calmante e ansiolitico di mia madre. Trenta gocce di quella roba e ci sarebbe voluto un grande sforzo per risvegliarmi. Io miravo a svuotarne la boccetta. Una dolce morte, senza le complicazioni del sangue da pulire.

Potevo fare due cose a quel punto: farla finita o mandarle un messaggio. Cosa mi ha impedito di propendere per la prima scelta mi è ancora un mistero. Istinto di conservazione? Macchè… mancanza di coraggio? Forse, o forse volevo usare quel coraggio per continuare a combattere in una battaglia mai realmente iniziata o finita.

E così, nel silenzio della notte, rimisi al loro posto le gocce di mia madre e mandai a Manuela un semplice messaggio: “Buona notte”. Questo lei non l’ha mai saputo, non gliel’ho mai voluto dire per troppo imbarazzo, e anche per non farla sentire in qualche modo costretta o in colpa (visto che, alla fin fine, quel progetto mi era venuto in mente ben prima di “conoscerla”) ma quell’sms mi ha salvato la vita.

La mattina successiva, lei mi rispose e ricominciammo a parlare. Le chiesi se alla fine aveva preso una decisione, ma lei non lo sapevo ancora. Le inviai una mail in cui le dissi che mi ero contenuto nel mandarle i messaggi per non disturbarla ma, alla fine confessai, non avevo resistito perché, inspiegabilmente, mi stavo innamorando di lei perdutamente.

Fu così che cominciò un lungo calvario che si protrasse fino a inizio settembre e che vi risparmierò di raccontare nei dettagli. Mi scuso per aver raccontato quasi giorno per giorno gli avvenimenti su descritti, ma penso che fosse importante spiegare per bene quelle prime battute. Le ritengo fondamentali, e metterle nero su bianco mi è servito a metterle bene in ordine.

In poche parole, agosto passò tra dichiarazioni di affetto e di amore (da entrambe le parti) e crisi a cadenza di tre giorni. Ogni tre giorni lei si rendeva conto che “non poteva e non doveva” e minacciava di scappare. Ogni volta mi salvavo per il rotto della cuffia, almeno fino ad inizio settembre.

Stufo dell’ennesima crisi, mentre ero a messa con mio padre in un altro, insulso sabato pomeriggio, uscito dall’edificio mi diressi dritto alla stazione. Avevo avuto dei soldi per il mio compleanno, miravo a spenderli per il primo biglietto per Roma. Glielo dissi, le dissi che ero disposto a partire in quel momento stesso. Lei mi intimò di rimanere lì, di prenderla con più calma, nonostante la motivazione che apportasse maggiormente a motivo di questi suoi ripensamenti era il fatto di non esserci mai conosciuti. Poco tempo prima le avevo mandato una mia foto per contraccambiare il fatto che lei mi aveva inviato le sue, ma le avevo più volte detto che volevo ci vedessimo di persona. L’incongruenza logica mi innervosì non poco.

Scocciato, allora, prima di andare a dormire le diedi un ultimo “buonanotte”, per poi rimanere muto nel corso della successiva settimana, aspettando una sua mossa. La ricevetti il venerdì successivo, o meglio il sabato successivo visto che era già l’una di notte. Disse che si era preoccupata del silenzio. Io le risposi la mattina dopo, seccato, sottolineando che le ci era voluta una settimana. Le mandai una lunga e-mail esortandola a non contattarmi più se era intenzionata a continuare così.

Mi rispose il giorno dopo: era al concerto dei Radiohead a Firenze, il suo gruppo preferito. Non aveva letto tutta la mail perché non aveva tempo ma aveva capito. Mi salutò con un “vabbè ciao” e lì ebbe fine la storia… o almeno così speravo ardentemente che fosse mentre cercavo di convincermi che presto mi sarei scordata di lei. Non mi sarei mai aspettato quello che sarebbe accaduto nei due anni successivi!

Paradosso, ovvero Storia di un evento mai accaduto - 6

È molto, molto più doloroso di quello che pensassi… non so se andrò avanti fino all’ultimo, soprattutto in questi giorni…

Un paio di giorni dopo aver cominciato a contattarci, ricordo di averle confessato che, in una notte dopo una giornata in cui ci eravamo parlati poco, l’avevo sognata: ovviamente la sua forma era indistinta, ora ricordo quel sogno con lei com’è nella realtà, ma ovviamente allora non potevo sapere. L’avevo sognata, una mattina mi chiamava al cellulare e mi diceva che era arrivata da me, che era in stazione. Io l’andavo a prendere, passavamo la giornata insieme e la concludevamo insieme, nel letto, facendo l’amore. Lei mi rispose che quel sogno le piaceva e che ero tenero. Io le risposi che mi permettevo di esserlo solo con lei, in quel momento nemmeno sapevo perché (e forse non lo so tutt’ora). Il mondo mi ha tradito più e più volte, ma con lei mi sentivo… libero di essere me stesso, nel bene e nel male.

E mi sembrò strano quindi che, solo una manciata di giorni dopo, dovetti ritrovarmi a combattere per continuare a vivere un’esperienza che, alla fin fine, non avevo ancora vissuto nella realtà, anche se già progettavo di andare a Roma a trovarla il prima possibile, i mezzi li avrei reperiti in qualche modo.

Lei continuava a ripetere che le situazioni bizzarre la attiravano, ma che stavolta non poteva “gettarsi a pesciolino” in questa pazzia. “Non posso e non devo” fu una locuzione che ripetette più volte, insieme al fatto che aveva problemi. Ripeté solo una volta che aveva il ragazzo. Nel corso del tempo intuii che ci fosse qualche problema col suo ragazzo, ma non ho mai voluto indagare. Ritengo di aver agito male nei confronti di quello sconosciuto ma so per certo che lui non sa nulla di me. Se anche lo sapesse, non importerebbe. Non è mai successo realmente nulla.

Pochi mesi prima mi ero riavvicinato al mondo dei comics. Mio padre era, ai suoi tempi, un gran patito e mi trasferì la passione; la mancanza di soldi e di tempo me ne allontanarono durante i primi anni di università. Poi, per svagarmi, decisi di rituffarmi in quel mondo e riscoprii un personaggio che, da allora fino ad adesso, mi ha intrigato parecchio: Lanterna Verde.

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Più che altro, mi intrigava come, nel corso delle trame più recenti, venisse evidenziato come gli appartenenti al Corpo usassero la loro Volontà per sconfiggere la paura e creare qualsiasi cosa avessero in mente. Se ci pensate, potrebbe essere una grande lezioni di vita, tolti i tratti supereroistici ovviamente. Ispirato quindi da questa “filosofia”, le scrissi più volte che, sì, ero dubbioso, allarmato, spaesato, impaurito da quella situazione, ma era mia ferma volontà andare avanti e fare quanto possibile, perché lei mi piaceva troppo.

Lei disse che non voleva che io o lei soffrissimo. Io le promisi che non le avrei mai fatto del male. Promessa che saltò alcune settimane dopo. Lei disse che doveva pensarci, che non sapeva se avrebbe continuato a contattarmi ma che avrebbe scelto in maniera definitiva. Altra affermazione che si rivelò, nel tempo, inesatta. Io le promisi che, se non mi avesse voluto più sentire, sarei semplicemente scomparso. Altra promessa infranta più e più volte. Di solito mantengo le promesse, ma quelle che mi tengono lontano da lei non le sopporto.

Fu un tira e molla che durò fino a tarda notte, ma alla fine ci “riappacificammo”. Le chiesi se si aspettava tutto questo contattandomi. Lei disse no, e che la cosa era ancora più interessante proprio per questo. Chiudemmo lì, ci demmo la buonanotte. La mattina dopo ci risentimmo, io smorzai i toni, non dissi niente di particolarmente “amorevole”, ma il dubbio le serpeggiava ancora in testa e alternava momenti di difficoltà a momenti di trasporto, nei quali mi disse che voleva mandarmi una foto. Ebbi paura: perché non avevo foto con cui contraccambiare, perché avevo paura che il mio non essere un adone la allontanasse di più, perché non volevo che diventasse più reale proprio ora che voleva allontanarsi da me e scomparire così come era arrivata.

Alla fine la situazione si impantanò e tutto andò in malora. Lei decise che doveva pensare meglio su tutta questa situazione e mi lasciò il suo numero di telefono prima di darmi una sottospecie di addio. Io le diedi il mio di risposta e le dissi che non l’avrei disturbata al cellulare. Non sono un stalker e non ho intenzione di diventarlo. Le diedi il mio addio. Patetico…

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Uno schizzo del suo occhio che ho fatto un anno e mezzo fa, circa

Ma alla fine lei mi mandò delle sue foto: in una era seminuda, si copriva il non abbondantissimo seno con il braccio per mostrare un tatuaggio di un dragone sul fianco. Amava i tatuaggi, ne aveva diversi. Aveva gli occhi verdi, leggermente curvati verso il basso, molto grandi, con un po’ di occhiaie. I capelli erano lunghi e rossi (è molto fiera dei suoi capelli), di una sfumatura non troppo chiara né troppo scura, simile al colore del fuoco. Le due rughe d’espressione attorno alle labbra color rosa chiaro, ben proporzionate, erano marcate e io trovavo le dessero un’aria di triste bellezza, difficile da spiegare. Anche perché, nelle tre foto che mi mandò (in una delle quali era vestita con un corto abito bianco e una specie di coroncina di stoffa bianca, quasi fosse una ninfa o una creatura sovrannaturale) non sorrideva mai. Era meno formosa di quanto io cerchi abitualmente, ma era bellissima… è bellissima. Amo i suoi grandi occhi, i capelli fiammeggianti, quelle due rughette ai lati della bocca, il segno rimasto del piercing sul labbro inferiore, le efelidi che aveva sul petto.

Con quelle foto e quel numero, lei divenne reale più che mai proprio nel momento in cui mi disse che aveva bisogno di tempo. Di nuovo, quando sembrava fossi ad un passo da lei, la distanza tra noi divenne abissale. I progetti per il mio compleanno, nella notte a cavallo tra il 12 e il 13, riaffiorarono prepotenti. Di lì a 4 giorni, se non si fosse fatta viva, io mi sarei, come da programma, suicidato.

Paradosso, ovvero Storia di un evento mai accaduto - 5

Nel corso di quella settimana le cose avevano preso una piega a dir poco inaspettata: da quello scherzo e dalle provocazioni più di carattere sessuale, passammo a cose decisamente più… dolci. E così la voglia di fare sesso divenne (spero) per entrambi quella di stare insieme, di baciarci, di fare l’amore.

Lei cominciò a chiamarmi “strapiccolo” per i cinque/sei anni di differenza che ci dividevano, infastidendomi leggermente all’inizio (fisicamente e psicologicamente sono tutt’altro che strapiccolo, purtroppo e per fortuna) per poi capire che a lei quel giochetto piaceva, e pure tanto. Ricordo che una notte, doveva essere l’una e mezza o le due del mattino, lei mi scrisse: “Dimmi come mi daresti la buona notte…”

Io, che sapevo ormai quanto soffrisse per l’insonnia, che riusciva a sconfiggere solo in mattinata e che quindi, quando per lavoro era costretta ad alzarsi presto, la costringeva ad essere spesso molto stanca, le dissi che l’avrei baciata, abbracciata e aspettato che lei prendesse finalmente sonno, anche a costo di stare tutta la notte svegli, insieme.

Usando un’espressione che un mio amico avrebbe usato solo un paio di mesi dopo, “stavo proprio sotto”, espressione gergale per non usare una parola che molti ancora temono: innamorato.

Così, quel sabato dell’undici agosto, quando fui come al solito trascinato a messa da mio padre, per una volta avevo qualcosa per cui “pregare”.

Sono nato da due genitori iper-cattolici, so tutto di dottrina cristiano-cattolica e, per forza di cose, credo nella presenza di una qualche sottospecie di Dio. Ma sono quello che mi piace definire un “praticante non credente”: detesto sentire le scenate dei miei quando non li seguo in chiesa e quindi mi sacrifico fin quando possibile per evitare quest’ennesima scocciatura… ho a sufficienza le forze per combattere contro le scocciature più serie del resto della settimana, il superfluo non me lo posso permettere! Perciò vado a messa, ho bestemmiato solo una volta in vita mia (mi raccomando, bestemmie, non parolacce… di parolacce ne sparo a iosa!) ma nel resto della settimana tratto la religione come una comune mitologia. Ogni popolo ne ha avuta una, è cultura, niente di più.

Ho pregato in vita mia, prima di allora, solo altre due volte: per far sì che mio padre non morisse, visto che dopo l’infarto (subito quando io avevo dieci anni) gli avevano dato due mesi di vita; e per far sì che mio nonno, con un tumore grosso quanto un pallone da calcio al polmone, morisse in fretta, in una notte in cui la sua sofferenza era incomprensibilmente insopportabile. Solo la prima è stata, in qualche modo, esaudita.

Così, quella sabato pomeriggio, mentre un prete rompiscatole faceva la sua noiosissima omelia, io ringraziai quell’ipotetico Dio per quel caso così fortuito che mi aveva fatto sentire, per la prima volta da non ricordo quanto tempo, ancora felice. E aggiunsi, questo lo ricordo perfettamente: “Ti prego, non portarmela via, perché credo sia davvero importante per me e sono pronto a qualsiasi eventualità”

Se dobbiamo porci in un sistema in cui Dio è il massimo architetto del fato universale, in cui tutto è già ben chiaro ai suoi occhi e tutto risponde al suo “grande progetto”, beh, in quell’occasione fu come se avessi detto ad un bambino capriccioso e iperattivo “non calpestare i fiori di quell’aiuola”. State pur certi, in un’occasione simile, che quei fiori non solo verranno calpestati, ma del tutto annichiliti da una piccola furia ringalluzzita dalla voglia di fare una cosa che gli era stata proibita.

E fu così che il fato, il destino, il caso, le eventualità… Dio, mi fece lo sgambetto. Quel sabato non uscii, non sarebbe stata poi una gran novità, ma stavolta avevo una buona motivazione. Lei era stata silenziosa dalle prime ore del pomeriggio, per fortuna quella sera riprendemmo a parlare, ma qualcosa non andava.

Dopo un breve scambio di mail, lei ad un certo punto mi disse che era con alcuni suoi amici, che erano esterrefatti di quante volte stesse guardando le email in arrivo. Disse che tutta quella storia le stava sfuggendo dalle mani, che finché era uno scherzo, “solo sesso” (che poi, chiamarlo sesso è davvero un’esagerazione bella e buona) riusciva a gestirlo, che era tutto così assurdo.

Le dissi che, si, era tutto assurdo, ma che una cosa simile non capita senza una ragione. C’era stata attrazione forte da entrambe le parti per una motivo che, oggi come allora, non riesco ancora a trovare ma che, alla fine non stavamo facendo nulla di male.

Ma lei mi rispose che non poteva permettersi un casino del genere, viveva sola, lavorava, cercava una nuova casa e, soprattutto, e me lo disse in una sola riga di testo come a isolare quel concetto da tutto il resto, “Ho un fidanzato…”. Il mio cuore, che in quei giorni aveva registrato nuovi record di velocità, si fermò di botto. Io però non lo imitai.

Le dissi che, nonostante tutto, non mi importava, che avrei fatto di tutto sorretto solo dalla volontà di vederla e averla per me. Fu alquanto patetico. Un orribile inizio di giornata, quel fottutissimo 12 agosto. Il giorno in cui cominciò la mia più grande battaglia, ma anche il giorno in cui, pur faticando ad ammetterlo ancora oggi, avevo già capito di averla persa per sempre.

Paradosso, ovvero Storia di un evento mai accaduto - 4

Devo ammettere che ripercorrere questi ricordi si sta rivelando più doloroso e difficile di quanto pensassi in origine, nonostante siano mesi che in realtà vorrei sfogarmi in qualche maniera. Evidentemente non era tempo che scrivessi di questa storia, ma ormai sono in ballo…

L’attesa di quella mattina successiva al nostro “primo contatto” fu snervante. Provavo una stranissima sensazione, come un prurito al cervello che non andava via nonostante i tentativi fatti in proposito. Avevo bisogno di conoscere quella misteriosa figura apparsa così all’improvviso e per un motivo tanto strano, così paradossale.

Attesi due giorni, senza scriverle perché non volevo essere io a fare la prima mossa, ma alla fine, la notte del secondo giorno, cedetti. Le scrissi, le dissi che ero intenzionato a conoscerla, a parlarle, non solo nella maniera in cui ci eravamo parlati quella sera. Le dissi che ero rimasto in attesa e avrei atteso una sua risposta, positiva o negativa, l’importante che fosse una scelta ben esternata.

La mattina seguente lei mi rispose e cominciò il nostro gioco: mi si raccontò un po’, era uno spirito libero, le piaceva vivere e, cosa strana anche per me, quella situazione la affascinava così come affascinava me e allora incominciammo a scambiarci domande e risposte, nulla di più semplice.

I riferimenti “piccanti” finirono ben presto nel dimenticatoio, e così ci descrivemmo l’uno all’altra: lei che amava leggere e che adorava il cinema d’autore, io che ai tempi non lo seguivo granché nonostante di film più vecchiotti, non per essere immodesto, ne capivo un bel po’; lei che amava i viaggi, che non le piacevano i luoghi affollati e ballare ma che avrebbe preferito stare sotto un palco in un concerto con un gruppo di amici e una birra in mano; lei che amava i capelli ricci e le persone strane, con quel nonsoché negli occhi; lei che soffriva di insonnia. Lei che, per quanto molto probabilmente più attiva, solare e socievole, era al tempo stesso molto più simile a me di quanto pensassi in principio.

Così le raccontai di me, con gusti meno raffinati in fatto di film ma con lo stesso appetito smodato di lettura; io che non amavo la calca, la folla ma stare in compagnia dei miei amici in luoghi più “appartati”; io che detestavo l’ipocrisia e l’arrivismo, sorretto dallo stesso odio che anche lei provava per questo genere di comportamenti; io che non avevo i capelli ricci, ma lisci e corti, perchè troppo lunghi mi toccano le orecchie e queste diventano rosse e prendono quasi letteralmente fuoco; lei che mi chiede cosa vedo prima in una donna e io, rispondendole che per il sesso puro e semplice guardo il seno mentre nelle persone più speciali guardo gli occhi, le chiedo a mia volta di che colore siano i suoi occhi. Verdi, i miei preferiti.

Lei che si divertiva a stuzzicarmi, a sfidarmi, ad andare sul piccante; ed io che non chiedevo altro se non stare a quel meraviglioso gioco.

Lei era la mia “Killer Queen, gunpowder and gelatine, dynamite with a laser beam, guaranteed to blow your mind, anytime!”. Fu questo il mio pensiero, da buon fan dei Queen, quando mi accorsi che quel prurito era sfociato ben più che in una semplice curiosità.

Controllavo la fottutissima casella di posta elettronica ogni cinque secondi (e no, non è un’iperbole) e ogni volta che arrivava una sua risposta o una sua nuova domanda  io sobbalzavo. Il cuore non mi batteva così forte in petto per qualcosa di positivo da non so quanti anni. La conoscenza di noi si approfondiva, con la rivelazione della sua insonnia cominciarono le prime vere confidenze: io, che le dissi di voler rimanere sempre sveglio perché quando dormivo facevo brutti sogni; lei che era “irrequieta per natura”.

Mi chiese dove vivevo, io però volevo prima sapere il suo nome, che ancora non mi aveva svelato. E alla fine seppi che chi mi scriveva rispondeva al nome di Manuela. Dopo qualche giorno, lei mi chiese quanti anni avessi e la cosa mi mandò in panico. Il momento della verità: e se fosse stata una quarantenne? Cosa sarebbe successo?

Le dissi che in cambio volevo sapere di dove fosse, e lei acconsentì: era di Roma! I miei amici erano a Roma in quel momento, ed io, rimasto a casa, paradossalmente avrei potuto essere molto più vicino a lei senza però averla mai conosciuta, visto che, se fossi andato a Roma, probabilmente non avrei scritto quel racconto!

Glielo dissi, e le dissi anche che allora avevo 21 anni (ancora da compiere, come le specificai dopo). E lei, per fortuna, reagì bene e mi rivelò di avere 26 anni. Mi disse anche che, da come le scrivevo, sembravo molto più grande e che questa cosa le piaceva tantissimo. Le spiegai che, mio malgrado, era stato il bullismo a farmi crescere troppo in fretta e lei capì. Continuammo a parlarci ancora e ancora, e quella mattina dell’11 agosto io ero felice come non mai. Non l’avrei ancora ammesso, ma ero innamorato perso di Manuela.

Fu allora che commisi il mio primo sbaglio, rivolgendomi alla persona che più di tutte mi aveva maltrattato. Quel maledettissimo sabato, mi rivolsi a Dio e feci la cosa peggiore che potessi mai fare: pregai.

Paradosso, ovvero Storia di un evento mai accaduto - 3

Ci tengo a sottolineare, la decisione di, per così dire, darci un taglio non è stata una stupidaggine avventata per un semplice rimbrotto, ma la summa di una catena di eventi negativa in moltissimi, quasi tutti, i campi della mia vita. Dalla salute mia e della mia famiglia, problemi economici, sociali, sentimentali e così via, il corso dell’anno prima quel maledetto agosto di due anni fa mi aveva portato in uno strano stato, un misto di consapevolezza e lucida rassegnazione. Ero arrivato a conoscermi perfettamente, e quello che avevo finalmente conosciuto non era un “Io” che mi piaceva e la cui esistenza, anzi, mi arrecava dolore.

Sono sempre stato una persona logica e l’unica conclusione logica dinnanzi ad un qualcosa che non persegue più il suo scopo è, detto in parole povere, darci letteralmente un taglio, un po’ come amputare un arto in cancrena.

Pianificai tutto, scrissi persino una specie di testamento, per quanto avessi davvero poco di veramente mio di cui disporre. Ne uscì una cosa quasi professionale, i tre anni di giurisprudenza fatti avevano dato i loro frutti, paradossalmente!

Così, nel mentre i miei amici si organizzavano per la loro vacanza a Roma, io mi tiravo stancamente avanti, forse ancora indeciso e, immerso com’ero in quella noia terribile, mi tornò in mente un vecchio scherzo che, alcuni anni prima, avevo fatto in compagnia dei miei cugini: prendere in giro gli habituè delle chat su internet fingendosi una donna disponibile.

Era stato divertente farsi beffe di quei poveri creduloni, e ai tempi (forse non avevo nemmeno 14 anni) ogni cosa di così paradossalmente innocente eppure “sporco” era davvero allettante! Quell’estate però decisi di variare e feci una cosa di cui, tutt’oggi, mi vergogno un po’, nonostante quel genere di “letteratura” abbia subito un incredibile bum negli ultimi tempi: scrissi un racconto a luci rosse, spacciandolo per una confessione (e non fingendomi una donna, ovviamente), e lo postai su un sito che avevo selezionato per l’occasione.

Aspettai dunque i commenti di quei poveri creduloni e mi divertii molto a quanto pensassero che quella storia fosse vera, a quanta eccitazione provavano a leggerlo e un po’ me ne sentii lusingato: mi è sempre piaciuto scrivere e visto che con quel genere di racconto avevo avuto l’effetto desiderato, pensai che, alla fin fine, ero ancora bravo a tirare giù due righi.

Mi intrattenni dunque nel leggere quei commenti senza fare altro. Pensai che lo scherzo fosse riuscito e che quel fine luglio almeno mi aveva strappato una buona risata. Mi ritenevo parzialmente soddisfatto, la cosa comunque mi venne a noia presto il che si traduceva che, in poco tempo, non avrei più badato a quei commenti e avrei tralasciato la casella mail appositamente creata e quel sito di racconti.

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Nella tarda serata del 4 agosto di due anni fa però, arrivò una delle ultime mail. Una ragazza che diceva di aver letto con interesse quella storia e si domandava se quella storia fosse vera. La cosa mi intrigava e, tutt’oggi, non so capacitarmi del perché.

Le risposi, tenendo il gioco, ma qualcosa non andava: ci scambiammo numerosi messaggi e parole di fuoco, cosa che non avevo mai fatto. Aborro questo genere di cose riguardanti internet eppure… quella donna mi tenne attaccato al monitor fino a tarda notte, in quello che ormai era quel maledettissimo 5 agosto che tanto amo e odio. Raggiungemmo l’estasi del piacere scambiandoci parole su uno schermo di pc e, alla fine della storia, invece di fare altro, di chiuderla lì, di pensare che quella fosse stata solo una piacevole, nuova occasione di svago, io non avevo in mente che un pensiero: la volevo conoscere.

Le svelai il trucco, le rivelai chi ero e la pregai di dirmi il suo nome, ma lei, nonostante disse di essere curiosa di quella situazione, disse che era ancora presto. Mi salutò, disse che sarebbe andata a dormire e infine scrisse “a presto”

Per tutto il giorno dopo aspettai una sua nuova mail, incuriosito da quella stranissima situazione. Non mi ero ancora accorto che, per qualche a dir poco assurda ragione, mi stavo già innamorando di lei.

Paradosso, ovvero Storia di un evento mai accaduto - 2

Cercare di raccontare questi avvenimenti mi riporta immancabilmente a ricordare fatti sparsi nel tempo, avvenuti prima o dopo ma che, in qualche modo, hanno trovato un certo significato solo a seguito di determinate “prese di coscienza”, per così dire. Diciamo che col senno di poi tutto alla fine risulta più chiaro, ma per adesso andiamo per ordine.

Alla fine del liceo, circa due anni prima gli avvenimenti che vi sto per raccontare, ho per così dire “litigato” con alcuni miei amici; in realtà alcuni loro comportamenti da post-pubertà mi fecero capire che non erano persone di cui gradivo la compagnia e, in silenzio, me ne allontanai. Ciò costò molto alla mia già non particolarmente attiva vita sociale, arrivando, a cavallo tra il secondo e il terzo anno di università, ad uscire raramente di casa per il semplice desiderio di non voler incontrare qui vecchi amici, che ancora tuttavia si frequentavano con il restante, sparuto gruppo di mie conoscenze. Il fatto che non fossi particolarmente socievole non fece che acuire quella situazione.

I miei genitori, sempre molto apprensivi verso il loro unico figlio, si adattarono a quella situazione, per cui, appena uscivo, scattava uno strano meccanismo per il quale, come ritornando bambino, ero costretto a rincasare seguendo un rigido quanto ingiusto coprifuoco, considerati i miei quasi ventun’anni di età. Questo tuttavia non mi causò molti problemi almeno finché non conobbi nuove persone presentatemi da un mio vecchio amico.

Era maggio di due anni fa quando feci la conoscenza di questi nuovi amici, tutti colleghi di giurisprudenza, tutti un po’ strani, come piacciono a me. Se son normali non li vogliamo, insomma! I giorni e le settimane passavano e, lentamente, mi aggregai al loro gruppo e, quando si avvicinarono i campionati europei di calcio, uno di questi ragazzi, che possiede una modesta villetta in campagna, ci invitò tutti lì ad assistere alle partite dell’Italia.

L’ansia dei miei genitori aumentò, ma rientravo da quelle trasferte leggermente fuori città sempre molto presto dopo ogni vittoria dell’Italia. Il vero problema arrivò alla finale.

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Spagna – Italia. Quattro a Zero. Una delle sconfitte più brutte che abbia mai visto subire alla nostra nazionale. E così, dopo quella terribile partita, i miei amici decisero, per passare il tempo e risollevarsi, di giocare un po’ con un vecchio pallone consunto, usato come giocattolo da mordere dal cane del padrone di casa. Non ero d’accordo.

Sono germofobo e non sono mai stato sportivo. Giocai a forza e mi feci eliminare subito, ma la partita si protrasse a lungo, così a lungo che i miei mi tempestarono di chiamate dal minuto dopo le undici e mezza, adducendo prima una qualsiasi scusa per farmi rientrare, poi rimproverandomi duramente. Ma io non potevo tornare, eravamo otto persone con a disposizione due macchine, e i miei amici non percepirono il tono disperato nella mia voce quando più volte chiesi loro di accompagnarmi a casa.

Tornai a casa a mezzanotte e mezza, i miei erano a dormire ma la mattina dopo mi dovetti sorbire la sfuriata di mia madre. Mio padre fece l’amichevole, ma solo perché non mi ha mai rimproverato apertamente. Sono due genitori magnifici, non c’è dubbio, ma questa loro estrema apprensione mi ha rovinato molte cose, non per ultima mi fece capire che, dopo quello sgarro, non mi avrebbero mai dato i soldi per una vacanza con i miei amici.

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Avevo appena usato i miei ultimi risparmi per pagare le tasse universitarie e i miei amici mi avevano invitato ad una vacanza a Roma, la città che avevo sempre voluto visitare ma che mai avevo avuto modo di vedere. Un sogno presto sfumato, come le volte precedenti. Declinai l’invito, squattrinato com’ero e senza lavoro. Così, quell’agosto, i miei amici sarebbero partiti per la Città Eterna mentre in me era ormai maturata un’idea antica, figlia degli anni precedenti, ovvero quella di farla finita.

Avrei aspettato il 17 agosto, il mio compleanno, la fine del mio 21esimo, pallosissimo e orrendo anno di vita per dare un addio al mondo in silenzio, con discrezione. Non essere riuscito a visitare Roma sarebbe stata la ciliegina sulla torta. Eppure, prima di andarmene, volevo fare un ultimo scherzo, strappare un’amara risata alle spalle di altri. Fu così che conobbi la persona che mi ha salvato la vita. Per un cazzo di scherzo su un sito di racconti osè.