Paradosso, ovvero Storia di un evento mai accaduto - 4

Devo ammettere che ripercorrere questi ricordi si sta rivelando più doloroso e difficile di quanto pensassi in origine, nonostante siano mesi che in realtà vorrei sfogarmi in qualche maniera. Evidentemente non era tempo che scrivessi di questa storia, ma ormai sono in ballo…

L’attesa di quella mattina successiva al nostro “primo contatto” fu snervante. Provavo una stranissima sensazione, come un prurito al cervello che non andava via nonostante i tentativi fatti in proposito. Avevo bisogno di conoscere quella misteriosa figura apparsa così all’improvviso e per un motivo tanto strano, così paradossale.

Attesi due giorni, senza scriverle perché non volevo essere io a fare la prima mossa, ma alla fine, la notte del secondo giorno, cedetti. Le scrissi, le dissi che ero intenzionato a conoscerla, a parlarle, non solo nella maniera in cui ci eravamo parlati quella sera. Le dissi che ero rimasto in attesa e avrei atteso una sua risposta, positiva o negativa, l’importante che fosse una scelta ben esternata.

La mattina seguente lei mi rispose e cominciò il nostro gioco: mi si raccontò un po’, era uno spirito libero, le piaceva vivere e, cosa strana anche per me, quella situazione la affascinava così come affascinava me e allora incominciammo a scambiarci domande e risposte, nulla di più semplice.

I riferimenti “piccanti” finirono ben presto nel dimenticatoio, e così ci descrivemmo l’uno all’altra: lei che amava leggere e che adorava il cinema d’autore, io che ai tempi non lo seguivo granché nonostante di film più vecchiotti, non per essere immodesto, ne capivo un bel po’; lei che amava i viaggi, che non le piacevano i luoghi affollati e ballare ma che avrebbe preferito stare sotto un palco in un concerto con un gruppo di amici e una birra in mano; lei che amava i capelli ricci e le persone strane, con quel nonsoché negli occhi; lei che soffriva di insonnia. Lei che, per quanto molto probabilmente più attiva, solare e socievole, era al tempo stesso molto più simile a me di quanto pensassi in principio.

Così le raccontai di me, con gusti meno raffinati in fatto di film ma con lo stesso appetito smodato di lettura; io che non amavo la calca, la folla ma stare in compagnia dei miei amici in luoghi più “appartati”; io che detestavo l’ipocrisia e l’arrivismo, sorretto dallo stesso odio che anche lei provava per questo genere di comportamenti; io che non avevo i capelli ricci, ma lisci e corti, perchè troppo lunghi mi toccano le orecchie e queste diventano rosse e prendono quasi letteralmente fuoco; lei che mi chiede cosa vedo prima in una donna e io, rispondendole che per il sesso puro e semplice guardo il seno mentre nelle persone più speciali guardo gli occhi, le chiedo a mia volta di che colore siano i suoi occhi. Verdi, i miei preferiti.

Lei che si divertiva a stuzzicarmi, a sfidarmi, ad andare sul piccante; ed io che non chiedevo altro se non stare a quel meraviglioso gioco.

Lei era la mia “Killer Queen, gunpowder and gelatine, dynamite with a laser beam, guaranteed to blow your mind, anytime!”. Fu questo il mio pensiero, da buon fan dei Queen, quando mi accorsi che quel prurito era sfociato ben più che in una semplice curiosità.

Controllavo la fottutissima casella di posta elettronica ogni cinque secondi (e no, non è un’iperbole) e ogni volta che arrivava una sua risposta o una sua nuova domanda  io sobbalzavo. Il cuore non mi batteva così forte in petto per qualcosa di positivo da non so quanti anni. La conoscenza di noi si approfondiva, con la rivelazione della sua insonnia cominciarono le prime vere confidenze: io, che le dissi di voler rimanere sempre sveglio perché quando dormivo facevo brutti sogni; lei che era “irrequieta per natura”.

Mi chiese dove vivevo, io però volevo prima sapere il suo nome, che ancora non mi aveva svelato. E alla fine seppi che chi mi scriveva rispondeva al nome di Manuela. Dopo qualche giorno, lei mi chiese quanti anni avessi e la cosa mi mandò in panico. Il momento della verità: e se fosse stata una quarantenne? Cosa sarebbe successo?

Le dissi che in cambio volevo sapere di dove fosse, e lei acconsentì: era di Roma! I miei amici erano a Roma in quel momento, ed io, rimasto a casa, paradossalmente avrei potuto essere molto più vicino a lei senza però averla mai conosciuta, visto che, se fossi andato a Roma, probabilmente non avrei scritto quel racconto!

Glielo dissi, e le dissi anche che allora avevo 21 anni (ancora da compiere, come le specificai dopo). E lei, per fortuna, reagì bene e mi rivelò di avere 26 anni. Mi disse anche che, da come le scrivevo, sembravo molto più grande e che questa cosa le piaceva tantissimo. Le spiegai che, mio malgrado, era stato il bullismo a farmi crescere troppo in fretta e lei capì. Continuammo a parlarci ancora e ancora, e quella mattina dell’11 agosto io ero felice come non mai. Non l’avrei ancora ammesso, ma ero innamorato perso di Manuela.

Fu allora che commisi il mio primo sbaglio, rivolgendomi alla persona che più di tutte mi aveva maltrattato. Quel maledettissimo sabato, mi rivolsi a Dio e feci la cosa peggiore che potessi mai fare: pregai.

Paradosso, ovvero Storia di un evento mai accaduto - 3

Ci tengo a sottolineare, la decisione di, per così dire, darci un taglio non è stata una stupidaggine avventata per un semplice rimbrotto, ma la summa di una catena di eventi negativa in moltissimi, quasi tutti, i campi della mia vita. Dalla salute mia e della mia famiglia, problemi economici, sociali, sentimentali e così via, il corso dell’anno prima quel maledetto agosto di due anni fa mi aveva portato in uno strano stato, un misto di consapevolezza e lucida rassegnazione. Ero arrivato a conoscermi perfettamente, e quello che avevo finalmente conosciuto non era un “Io” che mi piaceva e la cui esistenza, anzi, mi arrecava dolore.

Sono sempre stato una persona logica e l’unica conclusione logica dinnanzi ad un qualcosa che non persegue più il suo scopo è, detto in parole povere, darci letteralmente un taglio, un po’ come amputare un arto in cancrena.

Pianificai tutto, scrissi persino una specie di testamento, per quanto avessi davvero poco di veramente mio di cui disporre. Ne uscì una cosa quasi professionale, i tre anni di giurisprudenza fatti avevano dato i loro frutti, paradossalmente!

Così, nel mentre i miei amici si organizzavano per la loro vacanza a Roma, io mi tiravo stancamente avanti, forse ancora indeciso e, immerso com’ero in quella noia terribile, mi tornò in mente un vecchio scherzo che, alcuni anni prima, avevo fatto in compagnia dei miei cugini: prendere in giro gli habituè delle chat su internet fingendosi una donna disponibile.

Era stato divertente farsi beffe di quei poveri creduloni, e ai tempi (forse non avevo nemmeno 14 anni) ogni cosa di così paradossalmente innocente eppure “sporco” era davvero allettante! Quell’estate però decisi di variare e feci una cosa di cui, tutt’oggi, mi vergogno un po’, nonostante quel genere di “letteratura” abbia subito un incredibile bum negli ultimi tempi: scrissi un racconto a luci rosse, spacciandolo per una confessione (e non fingendomi una donna, ovviamente), e lo postai su un sito che avevo selezionato per l’occasione.

Aspettai dunque i commenti di quei poveri creduloni e mi divertii molto a quanto pensassero che quella storia fosse vera, a quanta eccitazione provavano a leggerlo e un po’ me ne sentii lusingato: mi è sempre piaciuto scrivere e visto che con quel genere di racconto avevo avuto l’effetto desiderato, pensai che, alla fin fine, ero ancora bravo a tirare giù due righi.

Mi intrattenni dunque nel leggere quei commenti senza fare altro. Pensai che lo scherzo fosse riuscito e che quel fine luglio almeno mi aveva strappato una buona risata. Mi ritenevo parzialmente soddisfatto, la cosa comunque mi venne a noia presto il che si traduceva che, in poco tempo, non avrei più badato a quei commenti e avrei tralasciato la casella mail appositamente creata e quel sito di racconti.

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Nella tarda serata del 4 agosto di due anni fa però, arrivò una delle ultime mail. Una ragazza che diceva di aver letto con interesse quella storia e si domandava se quella storia fosse vera. La cosa mi intrigava e, tutt’oggi, non so capacitarmi del perché.

Le risposi, tenendo il gioco, ma qualcosa non andava: ci scambiammo numerosi messaggi e parole di fuoco, cosa che non avevo mai fatto. Aborro questo genere di cose riguardanti internet eppure… quella donna mi tenne attaccato al monitor fino a tarda notte, in quello che ormai era quel maledettissimo 5 agosto che tanto amo e odio. Raggiungemmo l’estasi del piacere scambiandoci parole su uno schermo di pc e, alla fine della storia, invece di fare altro, di chiuderla lì, di pensare che quella fosse stata solo una piacevole, nuova occasione di svago, io non avevo in mente che un pensiero: la volevo conoscere.

Le svelai il trucco, le rivelai chi ero e la pregai di dirmi il suo nome, ma lei, nonostante disse di essere curiosa di quella situazione, disse che era ancora presto. Mi salutò, disse che sarebbe andata a dormire e infine scrisse “a presto”

Per tutto il giorno dopo aspettai una sua nuova mail, incuriosito da quella stranissima situazione. Non mi ero ancora accorto che, per qualche a dir poco assurda ragione, mi stavo già innamorando di lei.

Paradosso, ovvero Storia di un evento mai accaduto - 2

Cercare di raccontare questi avvenimenti mi riporta immancabilmente a ricordare fatti sparsi nel tempo, avvenuti prima o dopo ma che, in qualche modo, hanno trovato un certo significato solo a seguito di determinate “prese di coscienza”, per così dire. Diciamo che col senno di poi tutto alla fine risulta più chiaro, ma per adesso andiamo per ordine.

Alla fine del liceo, circa due anni prima gli avvenimenti che vi sto per raccontare, ho per così dire “litigato” con alcuni miei amici; in realtà alcuni loro comportamenti da post-pubertà mi fecero capire che non erano persone di cui gradivo la compagnia e, in silenzio, me ne allontanai. Ciò costò molto alla mia già non particolarmente attiva vita sociale, arrivando, a cavallo tra il secondo e il terzo anno di università, ad uscire raramente di casa per il semplice desiderio di non voler incontrare qui vecchi amici, che ancora tuttavia si frequentavano con il restante, sparuto gruppo di mie conoscenze. Il fatto che non fossi particolarmente socievole non fece che acuire quella situazione.

I miei genitori, sempre molto apprensivi verso il loro unico figlio, si adattarono a quella situazione, per cui, appena uscivo, scattava uno strano meccanismo per il quale, come ritornando bambino, ero costretto a rincasare seguendo un rigido quanto ingiusto coprifuoco, considerati i miei quasi ventun’anni di età. Questo tuttavia non mi causò molti problemi almeno finché non conobbi nuove persone presentatemi da un mio vecchio amico.

Era maggio di due anni fa quando feci la conoscenza di questi nuovi amici, tutti colleghi di giurisprudenza, tutti un po’ strani, come piacciono a me. Se son normali non li vogliamo, insomma! I giorni e le settimane passavano e, lentamente, mi aggregai al loro gruppo e, quando si avvicinarono i campionati europei di calcio, uno di questi ragazzi, che possiede una modesta villetta in campagna, ci invitò tutti lì ad assistere alle partite dell’Italia.

L’ansia dei miei genitori aumentò, ma rientravo da quelle trasferte leggermente fuori città sempre molto presto dopo ogni vittoria dell’Italia. Il vero problema arrivò alla finale.

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Spagna – Italia. Quattro a Zero. Una delle sconfitte più brutte che abbia mai visto subire alla nostra nazionale. E così, dopo quella terribile partita, i miei amici decisero, per passare il tempo e risollevarsi, di giocare un po’ con un vecchio pallone consunto, usato come giocattolo da mordere dal cane del padrone di casa. Non ero d’accordo.

Sono germofobo e non sono mai stato sportivo. Giocai a forza e mi feci eliminare subito, ma la partita si protrasse a lungo, così a lungo che i miei mi tempestarono di chiamate dal minuto dopo le undici e mezza, adducendo prima una qualsiasi scusa per farmi rientrare, poi rimproverandomi duramente. Ma io non potevo tornare, eravamo otto persone con a disposizione due macchine, e i miei amici non percepirono il tono disperato nella mia voce quando più volte chiesi loro di accompagnarmi a casa.

Tornai a casa a mezzanotte e mezza, i miei erano a dormire ma la mattina dopo mi dovetti sorbire la sfuriata di mia madre. Mio padre fece l’amichevole, ma solo perché non mi ha mai rimproverato apertamente. Sono due genitori magnifici, non c’è dubbio, ma questa loro estrema apprensione mi ha rovinato molte cose, non per ultima mi fece capire che, dopo quello sgarro, non mi avrebbero mai dato i soldi per una vacanza con i miei amici.

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Avevo appena usato i miei ultimi risparmi per pagare le tasse universitarie e i miei amici mi avevano invitato ad una vacanza a Roma, la città che avevo sempre voluto visitare ma che mai avevo avuto modo di vedere. Un sogno presto sfumato, come le volte precedenti. Declinai l’invito, squattrinato com’ero e senza lavoro. Così, quell’agosto, i miei amici sarebbero partiti per la Città Eterna mentre in me era ormai maturata un’idea antica, figlia degli anni precedenti, ovvero quella di farla finita.

Avrei aspettato il 17 agosto, il mio compleanno, la fine del mio 21esimo, pallosissimo e orrendo anno di vita per dare un addio al mondo in silenzio, con discrezione. Non essere riuscito a visitare Roma sarebbe stata la ciliegina sulla torta. Eppure, prima di andarmene, volevo fare un ultimo scherzo, strappare un’amara risata alle spalle di altri. Fu così che conobbi la persona che mi ha salvato la vita. Per un cazzo di scherzo su un sito di racconti osè.

Paradosso, ovvero Storia di un evento mai accaduto - 1

"Che rumore fa un albero che cade in un bosco quando nessuno è lì per sentirlo?"

Non so se voi, che forse state leggendo questa… cosa, conosciate questa specie di quesito altamente filosofico, né pretendo di sapere come ne siate venuti a conoscenza. Io l’ho sentito per la prima volta guardando una delle prime puntate de I Simpsons e, da un anno a questa parte, questa domanda mi assilla continuamente.

Senza qualcuno che testimoni, che percepisca l’accadere, l’evolversi di un avvenimento questo è realmente accaduto?

No, questo non è un simposio filosofico, ma solo una confessione di un povero cristo che, da due anni, è protagonista di una storia che, in realtà, non è mai effettivamente avvenuta.

È in effetti bizzarro: quando si racconta una storia, per quanto irreale essa sia, c’è sempre un filo conduttore, un inizio, uno svolgimento e una fine. Ma la mia storia sostanzialmente manca della prima e dell’ultima. Uno svolgimento spoglio di un inizio e di una conclusione logica. E probabilmente questa è la cosa che mi lascia, tutt’oggi, tremendamente perplesso.

Per questo motivo, eccomi qui, deluso e illuso, a scrivere una “confessione” che probabilmente nessuno leggerà, ma non mi interessa.

Qui inizia la mia storia, quando quasi esattamente due anni fa, in un’estate tremendamente noiosa e triste, decisi di fare un qualcosa, molto imbarazzante per me, che mi permise di conoscere una persona che in realtà non ho conosciuto, per cui ho fatto dei cambiamenti che in realtà non sono serviti, per raggiungere uno scopo che in realtà non c’è mai stato.

Confusi? Allora siamo nella stessa condizione.

Perchè tutti gli avvenimenti che racconterò sono avvenuti, sostanzialmente, senza uno scopo ben preciso, un mucchio di robe a caso con un nesso logico inesistente, o forse sarebbe meglio dire invisibile e intangibile. Scelte fatte, paure affrontate, una persona amata incondizionatamente, dal primo istante, con il fondato terrore che tutto questo, in realtà, è stata solo un’enorme illusione.

Questa è il paradosso in cui vivo da due anni, una storia che potrete prendere per vera ma anche no, visto che oltre la mia parola non avrete nessun’altra prova a riguardo, per garanzia solo la mia sanità mentale, cosa di cui ultimamente sto molto dubitando.

Questa è la mia storia e, per quanto per un italiano di (allora) 21 anni possa sembrare un orribile clichè, tutto ha avuto inizio con un fottutissimo pallone da calcio.

Ritorno ai video normali dopo i due vlog della scorsa settimana e, come facilmente intuibile dalla scorsa “anteprima”, si ritorna in oriente con la prima parte di video sul “Viaggio in Occidente”, vecchissimo libro alla base di numerosi film, telefilm e anime quali, su tutti, Dragon Ball! Buona Visione! 

amaayzing:

infamousvikas:

emopeacock:

xo-muchlovefor1d-xo:

miranduhhlynn:

here-therein-we-lie:

averyheartlessknight:

sleTep-for-days:

vinnysgotswagg:

ifyoufeelthatway:

tkaaay:

bigtimecrushonsomeone:

30rockasaurus:

fuckyeaaaah-xx:

iwannahavethelifethatyouhave:

jforjoelle:

last time i did this my wish really came true. so im going to wish again

nothing to lose. :))

Let’s hope

Why not? :)

*crossing fingers*

pretty much^^^^

i got nothing to lose. (:

Last time i did this my wish came true.

Jesus Christ if my wish comes true I will piss

im fucking crying of joy at the /thought/ of my wish coming true…

it came true last time…so why not

<3

hoping and praying…

Why not.

lets see.

my wish came true……………..this is creepy

I’m waitin’…

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Rebloggato da danidem1

Straordinariamente dopo solo una settimana, buttiamoci a capofitto nel “Mito” Americano (sperando che gli ufologi e gli amanti dei criptidi non mi ammazzino)! Signore e signori, a voi il “Diavolo di Jersey”!
http://youtu.be/X7uiPxDEQEA